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Una salute genetica per i nostri cani
Siamo certi di far cosa gradita ai nostri Lettori pubblicando la traduzione di un interessantissimo lavoro di un allevatore canadese che, sulla base delle proprie esperienze e con il supporto di incontrovertibili evidenze scientifiche, dimostra quante distorsioni e incomprensioni minacciano oggi la salute dei nostri cani e l’intera esistenza delle razze canine, e che propone soluzioni in grado di ripristinarne la salute genetica e l’equilibrata identità razziale. Pubblichiamo il documento nella sua interezza riportando anche quelle parti che coinvolgendo le Istituzioni Cinofile Canadesi (verso cui l’Autore è estremamente critico) potrebbero non sembrare di stretto interesse, sia per soddisfare i vincoli giustamente imposti per la riproduzione del testo, sia per completezza di argomentazione e sia ….. perché alcune affermazioni trovano corrispondenza nella realtà del nostro Paese. Nel lavoro di traduzione abbiamo dovuto affrontare non poche difficoltà a causa di termini e modi di dire non propri del lessico italiano e a causa della presenza nel testo originale di alcuni refusi. Abbiamo fatto del nostro meglio, cercando in ogni caso di rimanere fedeli al pensiero dell’Autore. Laddove non vi fossimo interamente riusciti, oppure laddove alcuni termini da noi utilizzati non dovessero apparire perfettamente ortodossi oppure ancora, laddove fossimo incorsi in qualche errore, ce ne scusiamo con l’Autore e con i Lettori a cui chiediamo cortesemente di volerci segnalare le eventuali correzioni (e-mail: parliamone.molise@tiscali.it). Nella versione inglese del nostro Sito è comunque presente il testo originale. Per comodità di lettura abbiamo indicato con un numero in apice [x] il richiamo a un termine in glossario.
Buona lettura Il Contado del Molise
*** Il testo tradotto è di esclusiva proprietà del Contado del Molise. Non ne è consentita la riproduzione totale o parziale se non previo esplicita autorizzazione ***
“ Le decisioni degli allevatori sono sempre soggette al veto della natura”
“… dobbiamo riconoscere che i cani sono individui unici e che non c’è nessun valore positivo nel cercare di creare gruppi di cani ‘tutti cloni o fotocopie’ di un esemplare tipo rappresentato dallo standard di razza” (Jeffrey Bragg)
Le Razze-Pure canine nel 21° secolo: il raggiungimento di una salute genetica per i nostri cani
autore: Jeffrey Bragg
Contenuti
- Cos’è una razza canina - Le origini delle razze canine - La continuità, in buona salute, delle razze - La fallacia della purezza razziale - Il tramonto del “Pensiero Tipologico[1]” - L’abbandono della selezione naturale - Cento anni di allevamento ottocentesco - Elementi di Genetica delle Popolazioni o Frequenza dei geni o Evento “Fondatore” o Principio di Hardy-Weinberg o Drift genetico o Tempo generazionale o L’efficace popolazione di allevamento o Linkage Disequilibrium o Sovradominanza genetica o Eterosi o Depressione da consanguineità o Carico genetico o Struttura di una popolazione in equilibrata eterozigosità o Accoppiamento “assortativo” - Il nodo del problema - L’esempio di una razza - La razza Olistica - Nuove strutture per la Cinofilia - Una salute equilibrata per l’identità della razza - Può veramente lavorare? - Una rivoluzione canina? - Bibliografia - Glossario
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Cos’è una razza canina Per essere più precisi: quali sono le condizioni necessarie perchè si possa affermare con convinzione “questo gruppo di animali costituisce una razza?”. Nel mondo cinologico[2] per costituire le razze intervengono, combinandosi, tre elementi distinti. In primis, i cani si distinguono in base alle loro origini ancestrali essendo designati come facenti parte di una razza, tutti i soggetti che discendono da un particolare “Gruppo Fondatore” (e solo da questo). In secondo luogo, la distinzione riguarda la funzione (o impiego, o utilità) essendo alcune razze particolarmente adatte alla caccia, altre ad essere di ausilio all’uomo nello svolgere determinati compiti, altre ancora devono la loro esistenza semplicemente al desiderio del genere umano della compagnia degli animali. Infine, i cani si distinguono in base alla loro tipologia[3] e gli standard (scritti o non scritti) sono usati per descrivere e riconoscere le caratteristiche fisiche (dimensioni, costituzione, aspetto generale, conformazione della testa, ecc. ecc.) della razza. Quanto detto è ovvio ed è conosciuto da tutti gli allevatori e dagli appassionati cinofili. Nondimeno, la completa e piena comprensione di queste semplici verità è essenziale sia per la necessaria funzionalità del mondo cinofilo, sia per la salute ed il benessere degli animali che sono oggetto di tale mondo. Lo scopo di questo mio studio è quello di esplicitare le interrelazioni fra i suddetti tre elementi per dimostrare quante distorsioni e incomprensioni minacciano oggi la salute dei nostri cani e l’intera esistenza delle varie razze canine, e per proporre riforme in grado di ripristinare sia un’equilibrata identità razziale e sia una salute genetica per le razze del Canadian Kennel Club (CKC). Affinché le razze canine possano efficacemente soddisfare la loro missione, i tre assi distinti lungo cui le razze si distinguono devono avere uguale importanza e considerazione, altrimenti insorgono gravi problemi. Le razze non possono distinguersi solo per le loro origini ancestrali oppure solo per i loro impieghi oppure ancora, solo per i loro standard. Senza una totale integrazione ed interazione fra questi tre vettori di identità razziale, la completezza dell’identità razziale stessa è perduta o è sciupata. Sfortunatamente, nel mondo cinofilo attuale questa completezza è estremamente rara: i criteri sulle origini ancestrali sono applicati rigidamente e meccanicamente (noi diremmo che a volte sono anche ignorati del tutto, NdT), quelli attinenti alla funzione ed all’utilità sono di subordine oppure non sono considerati affatto, i criteri relativi alla tipologia (standard) sono applicati in modo altamente esagerato ed ossessivo. L’interazione è raramente presa in considerazione e quasi mai vengono fatti sforzi a sostegno della dovuta integrazione.
Le origini delle razze canine Le razze canine presero vita in modi molto differenti fra loro e le loro origini sono spesso avvolte dall’oscurità. Non si può pensare che le tre-quattrocento ed oltre razze canine attuali siano le uniche esistenti oppure che non possano essercene di altre veramente nuove. Data la genetica plasticità del cane, non esiste limite alle possibili variazioni di cui la specie è capace. Nuove razze sono nate e vecchie razze muoiono periodicamente. La trasformazione genetica del cane continua incessantemente e per tale ragione è impossibile che una razza resti “congelata” per un apprezzabile periodo temporale con tutte le sue caratteristiche fisse ed immutate. Bisogna rendersi conto che le razze canine sono fatte dall’uomo, create dalla selezione artificiale che non tiene conto della diversità della loro base genetica. Le razze non devono essere confuse con le specie, o anche con le sottospecie, che occorrono naturalmente sotto l’influenza della selezione naturale; le razze canine sono solo varietà instabili fatte dall’uomo e che nel mondo naturale non sopravviverebbero immutate senza l’intervento umano. Un’importante caratteristica delle razze è che esse sono state create dagli allevatori – e non dalle organizzazioni come il Canadian Kennel Club -. L’origine e la continuazione di una razza canina è nelle loro mani, prima, dopo e sempre. E’ l’interesse economico delle associazioni cinofile a facilitare e supportare il lavoro degli allevatori e non il viceversa. Gli scopi dell’ “Animal Pedigree Act”, nel quale è incorporato il CKC, riguardano la promozione del miglioramento della razza e la salvaguardia di coloro che allevano e acquistano animali; tale è il mandato dell’Animal Pedigree Act e quindi del CKC [Animal Pedigree Act, § 3, (a,b)]. Tutto il resto è secondario. Prima di essere riconosciuta e registrata, di solito una razza è esistita per un apprezzabile intervallo temporale. Tuttavia, il riconoscimento rappresenta sempre un evento cruciale nella storia della razza; il riconoscimento è molto più cruciale (e in fin dei conti dannoso al benessere degli animali) di quanto ce n’è bisogno o di quanto dovrebbe essercene bisogno. Esaminiamo, prima di tutto, cosa è necessario fare per dare inizio ad una nuova ed unica razza canina. Normalmente, quattro elementi essenziali distinguono l’origine in senso genetico di una nuova razza (in contrapposizione a quanto avviene nel caso della scoperta, del popolamento e del riconoscimento di una razza autoctona che per lungo tempo è esistita in una particolare regione senza contatti con le formali strutture cinofile). Il primo e più decisivo elemento è costituito dall’Evento Fondatore (vedi Sezione “Elementi di Genetica delle Popolazioni”) in base al quale un numero finito di soggetti canini è scelto per fornire materiale genetico utile a “fondare” una nuova ed unica popolazione di cani. Questi soggetti possono essere abbastanza simili oppure ampiamente divergenti l’uno dall’altro (così come è avvenuto quando esemplari di Bulldog e di Mastiff furono usati per creare la razza Bullmastiff). Ciò che accade è che un numero finito, ed alcune volte abbastanza piccolo, di soggetti è selezionato da un’esistente popolazione canina e “messo da parte”, cosicché il materiale genetico di questi soggetti forma da solo la base genetica della nuova razza. Il successivo elemento diventa allora: l’isolamento. Se il Gruppo Fondatore continua a scambiare randomicamente il suo materiale genetico con la generale popolazione canina, non nascerà una nuova razza; senza l’isolamento genetico del Gruppo Fondatore non può avvenire quella differenziazione che crea una nuova razza. La logica conseguenza a ciò, costituisce il terzo elemento: l’allevamento in consanguineità (inbreeding). Se il Gruppo Fondatore è di piccole o di moderate dimensioni, tale inbreeding può non essere di aiuto, ma avviene. Anche se il Gruppo Fondatore è abbastanza numeroso, chi guida la creazione della nuova razza troverà necessario a un certo punto ricorrere in larga misura all’allevamento in consanguineità (incest) per facilitare la perdita di caratteristiche indesiderate e per fissare i tratti voluti. In particolare, se sono coinvolti soggetti molto divergenti nel tipo e nel fisico, ci sarà bisogno dell’inbreeding per fissare un genoma[4] stabile in cui la randomica variabilità sarà mantenuta entro i limiti fissati dagli allevatori. L’elemento finale essenziale è costituito dalla selezione artificiale dal momento che da solo l’inbreeding non è sufficiente a fissare le caratteristiche di tipo e ad eliminare i tratti indesiderati. Gli allevatori devono selezionare fra i soggetti prodotti nelle più recenti generazioni e solo a quelli che presentano le volute caratteristiche sarà permesso di generare le successive generazioni. Senza i quattro fattori costituiti da “Evento Fondatore”, “Isolamento”, “Inbreeding” e “Selezione Artificiale”, normalmente non nasce una nuova razza. Questi quattro elementi sono impiegati per la “definizione” di un nuovo genoma che si spera possa contenere solo i tratti desiderati dal creatore della razza ed essere in grado di riprodurre se stesso con le sue distintive caratteristiche e fino ad un giusto grado di stabilità e di consistenza.
La continuità, in buona salute, delle razze Ancora oggi il “regno della razza pura” è in seria difficoltà a causa di un generale fallimento nel discernere fra ciò che è necessario per far nascere una razza e ciò che serve per mantenerla nel tempo. La maggior parte delle razze registrate ha meno di un secolo di registrazione, molte altre lo sono da meno di cinquanta-sessant’anni e tuttavia, oggi quasi tutte presentano difetti genetici a livelli inaccettabili. In varie razze di “cani puri” sono stati catalogati più di 500 distinti difetti genetici e molti altri ne continuano regolarmente ad emergere. Alcuni di questi hanno raggiunto un livello d’incidenza molto alto, creando seri problemi agli allevatori ed ai proprietari e minacciando la salute di intere razze. Ciò che è peggio è che in molti casi i programmi di controllo previsti sembrano relativamente inefficaci. Nonostante tali programmi identifichino bene gli animali affetti da problemi genetici, in alcuni casi “soggetti dichiarati ‘puliti’ da diverse generazioni” continuano a produrre discendenze malate. Tentiamo di esaminare cosa è stato fatto di sbagliato e cosa dovrebbe essere fatto per correggere la situazione. Prima di tutto bisogna riconoscere che le pratiche essenziali per la definizione e la differenziazione di una nuova razza non possono necessariamente essere utili per la sua continuità e anzi, nei fatti, a lungo termine possono pregiudicarne l’esistenza. Prendiamo per esempio in considerazione l’isolamento. Senza un isolamento genetico non sarebbe possibile controllare il genoma di una razza ancora poco numerosa. Ci vuole tempo e cura allevatoriale per fissare una nuova combinazione di caratteristiche; mentre ciò avviene, il regolare apporto di nuovo materiale genetico sarebbe in generale controproducente. Tuttavia, nel lungo termine, se è mantenuto l’isolamento genetico, esso condurrà necessariamente alla degenerazione per effetto del “drift genetico” (vedi “Elementi di Genetica delle Popolazioni”). In modo simile, l’inbreeding se continua ad essere praticato anche dopo le iniziali necessità, condurrà a un continuo incremento dell’omozigosità[5] che può veramente distruggere la salute genetica della nuova razza. Anche la selezione artificiale, se attuata intensamente e per lungo tempo, concorre, con l’isolamento e con l’inbreeding, a ridurre drasticamente l’effettiva popolazione razziale, corrodendo così la salute della razza.
La fallacia della purezza razziale L’attuale struttura del registro di razza del CKC (e di altri simili organismi) “incarna” un assunto che è direttamente responsabile dell’attuale crisi genetica nei “cani puri”: la fallacia della purezza razziale. L’ideale della purezza è visto come “fine a se stesso”; in accordo con ciò, il registro di razza è stato strutturato per riflettere e rafforzare questo ideale in modo rigido e assoluto. Questa insistenza sull’assoluta purezza razziale discende dalla nozione ottocentesca della “Razza Superiore” che si suppone fu esemplificata per i cavalli purosangue; questo stesso ideale, spinto ad un’illogica conclusione sul piano umano, portò al “Razzismo Scientifico” – oggi aborrito - del Nazismo che tentò, attraverso una selezione umana, di produrre il Superuomo Ariano. L’idea della Razza Superiore fu che, attraverso l’accoppiamento del “migliore con il migliore”, seguendo un prolungato inbreeding ed una selezione per “qualità superiori”, si sarebbe potuto sviluppare una linea di sangue anch’essa “superiore”, comunque da raffinare ma che sarebbe stata quanto di meglio la natura avrebbe potuto produrre. Naturalmente, la linea purificata avrebbe dovuto poi essere preservata dalla “diluizione” e dal degrado della base genetica di nascita. Non c’è alcun sostegno scientifico a questo tipo di razzismo da parte della moderna genetica; infatti, in completa antitesi: gruppi di popolazione numericamente limitati e chiusi ad un nuovo afflusso genetico, sono considerati “geneticamente inferiori”. Certamente, verso la fine del diciannovesimo secolo divenne “imbarazzantemente ovvio” che l’Aristocrazia Europea degenerasse rapidamente sotto l’effetto della propria “riproduzione chiusa”. L’ideale della purezza razziale applicata ai cani ha portato alla fine del ventesimo secolo ad una sottocultura che prevede che gli animali registrati come “razza pura” siano qualitativamente superiori agli animali “incrociati” o “bastardi” (il termine “bastardo” fa parte, infatti, del vocabolario razzista, essendo indifferentemente usato per animali di razze non riconosciute, per animali originati da incroci e per persone di razza mista!). In questa subcultura – sovrapresidiata in Canada dal CKC – si pensa essere di capitale importanza mantenere gli animali di razza pura isolati da ogni afflusso genetico esterno ai soggetti “di Razza Superiore” prodotti da allevamenti riconosciuti e presenti nel Registro di Razza “chiuso”. Ai nuovi iscritti del CKC è richiesto di firmare le “Condizioni di Iscrizione” in cui essi si impegnano a non avere niente a che fare con “cani che non sono di razza pura (eccezion fatta per i cani di famiglia e di quelli “a pensione”), essendo la terminologia “Razza Pura” specificatamente riferita solo a quei cani “registrati individualmente, o in registrazione, presso il CKC”. I cuccioli che nascono da soggetti di scarto, che possono non essere di razza pura, sono sottoposti ad indagini e, in molti casi, cancellati dal Registro per decisione del Consiglio Direttivo dei Clubs. Che piaccia o meno, questo è effettivamente una forma di razzismo concettuale e pratico. Non tutti gli allevatori sono d’accordo sulla proposizione che la purezza razziale sia più importante di qualsiasi altra cosa, specie quando essi si confrontano con il problema di allevare cani per i quali sono previsti standard di prestazione. Per lo più, alcuni dissenzienti sono obbligati ad andare avanti con il loro allevamento senza beneficiare di pedigree registrati centralmente e di certificati ufficiali – per esempio, coloro che allevano gli “Alaskan Huskies”, i cani da slitta ad alte prestazioni che dominano le corse sia di corta che di lunga distanza, hanno i loro pedigree e mantengono sofisticati programmi allevatoriali, ma solo come allevatori individuali -. A volte, anche i sostenitori dei Registri di Razza pura ingaggiano una sottile forma di ribellione, allevando tranquillamente secondo il loro personale giudizio a dispetto delle restrizioni formali. Così, per il “Racing Greyhound Club” australiano, quando un numero campione di cani (campione interamente registrato) fu sottoposto al test del DNA, corse voce della scoperta di molti pedigree non conformi ai risultati del test e corse voce che erano avvenuti considerevoli incroci “interbreed”! ln modo simile, la maggior parte degli appassionati del Siberian Husky è consapevole che alcune linee di sangue CKC possono aver ricevuto materiale genetico da cani “non puri” o da altre razze. In alcuni ambienti si ha la netta impressione che “è OK effettuare occasionalmente incroci se si ha una buona ragione per farlo e se si gestisce la cosa in modo tale da non essere traditi dall’aspetto ‘bastardo’ dei soggetti che nasceranno”; cioè: “fallo….. ma non farti beccare!”. Così, la “santità” della purezza razziale può a volte essere meno che inviolata dalla pratica corrente. I genetisti insistono nel dire che limitate popolazioni sotto un’intensa selezione artificiale soggetta ad un alto livello di allevamento incestuoso – così come le nostre razze pure CKC – non possono mantenere variabilità e vigore genetico per lungo tempo senza la periodica immissione di nuovo e “non imparentato” materiale genetico. Essi si riferiscono, per lo più, al vero “outcrossing” – l’introduzione di soggetti non imparentati con le linee di allevamento – e non semplicemente all’uso di cani che potrebbero pervenire da qualche altro allevamento ma che derivano, anche se solo alla lontana, dallo stesso gruppo di animali.
Il tramonto del Pensiero Tipologico[1] La ricerca sul DNA ha completamente modificato i concetti zoologici di specie, sottospecie e varietà. Nel diciannovesimo secolo e nella prima metà del ventesimo secolo si pensava che una specie potesse essere rappresentata da un “modello tipo”, che la grande maggioranza degli individui di una specie fosse una virtuale fotocopia di tale modello, geneticamente parlante, e che la “norma genetica” per la maggior parte delle specie fosse l’omozigosi[5] a più loci[6]. Verso la metà del 1960 la veridicità di tale idea fu frantumata non appena gli studi con l’elettroforesi[13] rivelarono un estensivo polimorfismo[14] proteico che non era stato prospettato in precedenza [Carson, 1983]. Oggi il concetto di “specie in un soddisfacente stato di salute” invoca uno stato di “equilibrio dinamico” in cui il genoma-specie contiene un genotipo[15] con un alto grado di eterozigosità, con alleli multipli su molti loci. Oggi si pensa che la selezione naturale favorisce l’eterozigosi in un modo che tende verso un alto stato di naturale variabilità, garantendo la più ampia varietà di possibilità con cui una specie può incontrare nuove opportunità ambientali. Al contrario, le specie che hanno perduto la maggior parte della loro diversità genetica, spesso a causa del cosiddetto “collo di bottiglia genetico” simile a quello che regolarmente si verifica nei cani di razza pura, sono ad alto rischio di estinzione a causa della perdita della capacità adattiva (l’esempio più evidente è costituito dal destino del ghepardo che è ormai quasi totalmente omozigote e che si pensa sia stato oggetto di qualche forma di collo di bottiglia genetico che ne ha limitato la popolazione ad un ristretto numero di esemplari). Se il “pensiero tipologico”[1] potesse in qualche modo essere superato, non ci sarebbe alcuna ragione per non poter mantenere i nostri cani in un equilibrato stato di eterozigosità. I sostenitori del pensiero tipologico ammetteranno che nessun cane è perfettamente conforme al suo standard di razza; così, il concetto del perfetto esemplare-tipo a cui un’intera razza dovrebbe essere il più possibile conforme, è nella realtà estraneo alle razze canine così come lo è alle specie di animali selvatici. Il fanatico perseguire l’esclusione, in un “tipo”, di altri più importanti fattori (più importanti per il cane, per il suo padrone, per il suo veterinario) ha portato ad una ben evidente situazione di cattiva salute nella maggior parte delle razze. Poichè la maggioranza degli allevatori iscritti al CKC sembra indirizzare il suo sforzo verso la produzione di esemplari che vincano i concorsi cinofili, e poichè - di conseguenza - molti allevatori accoppiano le loro femmine con i maschi che hanno maggiormente vinto, si è raggiunta una situazione in cui lo sforzo continuo nel produrre vincitori di “show” porta alla più grande esagerazione del “tipo” che diventa così il fattore più sensibile durante i 3 minuti di improvvisata valutazione dentro il ring di razza. E’ ormai accettato che la via più veloce per questo tipo di successo sia costituita da un allevamento in stretta consanguineità: “è, questa, una ricetta vincente degli allevatori per conquistare “l’eccellente” negli shows”. “Chiamiamo ‘Shadrack’ un eccezionale stallone dominante. Per eliminare i suoi difetti potrei comprare, o affittare, 3 cagne (il cui nonno da parte materna sia lo stesso di Shadrack; chiamiamolo ‘Fashion Hint’) da accoppiare con Shadrack. Supponiamo che nella prima generazione nascano tre femmine ben fatte; per la seconda generazione le accoppierei con un loro mezzo-fratello (figlio di Shadrack e anch’esso maschio dominante). Per la terza generazione diverse opzioni di “mix and match” prevedono il rientro di Fashion Hint o di Shadrack. Potrei anche ricorrere all’accoppiamento fratello-sorella oppure a quello padre-figlia” [de Boer and de Boer, DOGS in Canada, Aprile 1994]. In tal modo, l’inseguire il continuo raffinamento di una razza porta ad uno stato di avanzata omozigosità, incrementa il coefficiente[16] di inbreeding, abbassa la diversità della popolazione dell’allevamento e impoverisce conseguentemente la base genetica nella maggior parte delle razze CKC, a causa di una continua e incontrollata selezione in consanguineità. Anche il ring competitivo è stato largamente responsabile del declino dello scopo della razza, delle capacità lavorative e del temperamento, specie nelle razze sportive, da caccia e da slitta. Purtroppo, la rapida e facile gratificazione di una coccarda blue o di un trofeo dorato supplisce al duro lavoro necessario a preservare e a migliorare le capacità lavorative dei cani. Se le nostre razze canine sono conformi all’ideale “mens sana in corpore sano” (come sostenuto nell’Advanced Registry), bisogna trovare il modo di rivolgere la massima attenzione alle prestazioni nel lavoro, al temperamento ed all’addestrabilità. Deve essere ripristinata una equilibrata visione dell’identità della razza, integrando la funzione del cane con gli ideali di conformazione, bellezza e tipo. Tutti i cani, razze toy incluse, possono svolgere utili funzioni e rispondere all’addestramento. Questo aspetto dovrebbe avere un rilevo almeno uguale a quello inerente alla conformazione, alla bellezza e al tipo, invece di essere considerato meramente opzionale. Per esempio, allevare razze di utilità come cani da polizia o da slitta solo per venderne i cuccioli come cani da compagnia o da concorsi di bellezza e senza alcuno sforzo per mantenere e migliorare le loro capacità lavorative, è un evidente abuso che porta ad un’inevitabile degenerazione fisica e mentale di tali razze.
L’abbandono della selezione naturale L’allevatore di animali domestici spesso suppone che ha abbandonato il regno della selezione naturale e che solo la selezione artificiale gioca un ruolo significativo nel suo programma allevatoriale. Niente potrebbe essere più lontano dalla realtà. L’allevatore può “tentare” di abbandonare la selezione naturale ma la selezione naturale “in nessun modo” abbandonerà i suoi animali. Ecco ciò che scrive un genetista: “…. le caratteristiche imposte dall’uomo, come i colori dei fiori e le forme selezionate dagli allevatori, abitualmente non perturbano il profondo sistema di variabilità genetica delle specie. La maggior parte di questi cambiamenti sono reversibili quando viene ripristinata una base genetica meno ristretta. Il “sistema equilibrato” è conservato dalla selezione naturale che, forse paradossalmente, pervade la maggior parte dei sistemi della selezione artificiale” [Hampton L. Carson, The Genetics of the Fouder Effect. 1983]. Coloro che cercano di eludere gli equilibrati genomi risultanti dalla selezione naturale devono invece combattere per raggiungere e mantenere il benessere fisico dei loro animali. La sola selezione artificiale, come quella che viene attuata per produrre i campioni di bellezza, porta ad allevare secondo modalità che ignorano la maggior parte dei locus del genoma canino. Dal momento che i geni si associano sullo stesso cromosoma (fenomeno conosciuto come “linkage”) l’inbreeding e la selezione “per desiderate caratteristiche o per apparenze superficiali”, inevitabilmente ha effetto anche su molti altri geni che sono stati inavvertitamente selezionati e spesso fissati in uno stato di omozigosi. Questo può costituire il fattore dominante nell’attuale diffusione delle malattie genetiche. La selezione naturale - ostacolata temporaneamente dalla selezione artificiale, da una nutrizione di alto livello e da un’avanzata cura veterinaria - riafferma la sua supremazia a un livello più profondo e più serio quando il nuovo genoma fissato dall'allevatore si rivela portatore di un difetto genetico tale da non poter far più nascere animali sani e forti, per quanto poi questi soggetti potranno apparire tipici ed attrattivi agli occhi dei giudici. I criteri che attengono allo stato di salute non possono essere rimpiazzati dai criteri di tipo estetico. L’ambiente è l’arbitro finale di questo stato di salute e non farà mancare il proprio “punto di vista”! Si potrà vaccinare il cane, trattarlo con antibiotici, alimentarlo a piacimento con vitamine e minerali, racchiuderlo anche in un laboratorio … se ci stà, …… la selezione naturale non potrà essere evitata: essa emergerà a un livello più profondo! Se i geni che ne delineano la fisiologia sono difettosi, allora il cane, nonostante la sua bellezza o il suo essere classicamente “in tipo”, è predestinato. La verità è che “la razza superiore” non può essere prodotta dai programmi allevatoriali decisi dall’uomo, né dalla selezione artificiale; le decisioni degli allevatori sono sempre soggette al veto della natura! Detto questo, allora, può l’allevatore sostituire la selezione naturale? Se egli la sostituisce, alla fine la degenerazione dei suoi animali gli farà perdere tutto il profitto in spese veterinarie e in perdita di soggetti. Se egli rimpiazza la selezione naturale con il culto della bellezza, alla fine questo “culto” produrrà soggetti smidollati e degeneri[17]. Se egli sostituisce la selezione naturale con programmi di screening per l’eliminazione di difetti genetici, alla fine i suoi animali soccomberanno, le cagne non riusciranno più a partorire in modo naturale, i cuccioli moriranno non appena nati. Se egli rimpiazza la selezione naturale con le cure del veterinario, alla fine i suoi animali moriranno prematuramente per un cancro incurabile oppure i soggetti giovani cadranno preda di malattie virali a dispetto delle ripetute vaccinazioni plurivalenti. Se egli sostituisce la selezione naturale con un costante, arduo e sacrificato lavoro, i suoi animali potranno resistere un po’ di più ma alla fine torneranno ad essere afflitti dalle malattie genetiche fino ad allora “dormienti”, oppure le loro prestazioni declineranno misteriosamente a causa dell’elevato coefficiente di inbreeding. In conclusione, la selezione naturale non può essere rimpiazzata da criteri artificiali. L’allevatore deve trovare un modo di lavorare con la selezione naturale, nell’ambito di ciò che oggi è noto sul funzionamento biologico del mondo naturale. Noi appassionati cinofili dobbiamo cominciare a prendere lezioni dai biologi della natura, dai biologi evoluzionisti, dai genetisti. Nel nostro inseguire la purezza razziale, la “razza superiore” ed il “tipo”, abbiamo fatto un triste pasticcio con i nostri cani - infelicità, temperamenti nevrotici, epilessia, cecità, malattie del sistema immunitario, malattie del sangue, deformità e, spesso, anche incapacità all’accoppiamento senza l’intervento del veterinario o dell’allevatore -. Quanto siamo stati pazzi! Possiamo ora non prendere chiara coscienza di quello che abbiamo miserabilmente combinato nel nostro “piccolo mondo di cani di razza pura” e, da persone mature, rimuovere i pasticci e cercare di fare di meglio? Possiamo imparare dalle esperienze negative? Se fossimo veramente intelligenti cercheremmo di imitare più fedelmente i metodi della natura e inizieremmo a lavorare con il sistema naturale, al di sopra dei nostri scopi personali. Ciò vorrebbe dire, infatti, essere intelligenti. Io penso che ciò sarebbe ora possibile se solo volessimo di colpo gettare via quel nostro “piccolo mondo di razza pura” e imparare qualcosa di ciò che la gente che lavora in altri settori zootecnici ha già imparato.
Cento anni di allevamento ottocentesco Come possiamo, allora, impostare la correzione degli errori accumulati per più di in secolo in quello che potremmo chiamare “l’ottocento dell’allevamento canino”? Impostiamo, innanzi tutto, un piccolo elenco di errori ed abusi di cui siamo consci. · Le esposizioni canine sono in testa alla lista. Esse, nate come un’arena per la valutazione zootecnica, si sono poi sviluppate nella forma di “banco espositivo” di razze pure. Entrambe le funzioni oggi sono mal gestite, quando non praticamente abbandonate. I campionati cinofili ormai sono ridotti solo a questo: fabbriche per produrre campioni di classe, vincitori di Best in Show, e campioni di razza; niente di più! Gli show contribuiscono quasi per niente al vero benessere delle razze canine; hanno pochi durevoli valori positivi da offrire agli allevatori; alimentano solo le manie e le mode effimere. · Lo scopo della razza e la cura dell’utilità dei cani hanno un basso peso rispetto a quello che un autore ha chiamato “il luccichio pubblicitario” del mondo espositivo. Quelli che si occupano delle capacità lavorative dei loro cani sono rinchiusi in ghetti dove anche la comunicazione con gli altri appassionati è limitata. · Il lavoro di obbedienza, che aveva lo scopo di iniziare i padroni alle tecniche ed al fascino dell’addestramento per il piacere di educare un cucciolo ad essere un compagno dal buon comportamento, è diventato ossessivo. L’utile ed intelligente addestramento da parte del padrone e l’intelligente obbedienza da parte del cane, oggi non si vedono più. Ciò che accade, sempre più frequentemente, è il rituale di una prestazione minuziosamente perfetta. Anche qui, di nuovo, ci troviamo in un ghetto! · La venerazione e l’esagerazione del “tipo”, come già detto, è responsabile di numerose malattie. · I moderni Registri di Razza, rigidamente chiusi, stanno strangolando la salute genetica di tutte le razze registrate. L’impoverimento genetico è ora una reale minaccia. Molte razze oggi portano un carico di difetti genetici che è cresciuto a dismisura ed in modo totalmente non gestito, la loro base genetica si è ristretta sempre di più a causa di un allevamento imprudente e a causa delle pratiche selettive adottate. · L’allevamento in consanguineità, un tempo conveniente strumento per fissare rapidamente il tipo di una nuova razza registrata, è diventato una pratica standard per coloro che cercano il successo allevatoriale. Ciò ha portato alla decimazione della base genetica, alla grande diffusione dell’omozigosità e all’indesiderato “fissaggio” di valori sconosciuti: centinaia di migliaia di alleli molti dei quali dannosi o letali per gli animali che li posseggono. · Il CKC, nato nell’alta era Vittoriana, sembra tenersi strettamente legato a strutture ingombranti che gli rendono difficoltoso rispondere in modo opportuno e tempestivo alle sfide esterne ed ai bisogni interni. L’intera struttura “By-Law and Amendment” potrebbe essere modernizzata. Molti iscritti pensano che ci sia una qualche giustificazione per certe pratiche come, ad esempio, l’apprendistato triennale in base al quale i nuovi iscritti (oppure i vecchi iscritti che per qualche ragione hanno abbandonato per un anno o più) sono esclusi dal voto per un periodo dai 3 ai 5 anni (le elezioni si svolgono ogni 3 anni), ciò costando caro al Club in termini di perdita di iscritti e di talenti sprecati. Molti iscritti pensano anche che le decisioni del Consiglio Direttivo sono frequentemente arbitrarie e prese precipitosamente senza una sufficiente consultazione della base, mentre le iniziative degli iscritti, prima di essere attuate, devono sottostare ad un iter lento, complicato e molto articolato. Nel Club si vive in una generale atmosfera di elitismo e di ultraconservatorismo, come se solo a coloro che comandano è dato di sapere ciò che è giusto per i cani, mentre ai nuovi iscritti non è concesso niente. · I Club di Razza sembrano avere poco potere reale nel rappresentare effettivamente gli allevatori o le loro razze. Gli interventi speciali che essi possono ritenere necessari per la salute, lo sviluppo e la tutela delle razze che rappresentano, devono passare attraverso il sistema centralistico del CKC ed essere approvati dal Consiglio prima di diventare effettivi; spesso tali interventi hanno poche chances di essere approvati perché sono in conflitto con le rigide norme del CKC. Poiché i Clubs di Razza hanno poco potere reale, essi spesso tendono ad essere non completamente rappresentativi degli allevatori. Frequentemente si comportano come se fossero una “cricca”: perdono tempo ed energie in litigi e in personalismi essendo forse inadeguatamente supervisionati e non presi in seria considerazione. · Anche gli allevatori si trovano a volte lontano dal poter intraprendere liberamente le proprie decisioni a favore dei propri cani e delle proprie linee di sangue, essendo fortemente vincolati dal “CKC By-Laws” e dall’ “Animal Pedigree Act”. A loro è concessa poca discrezionalità in temi come il trattenimento dei documenti di registrazione, il rinvio delle registrazioni degli animali al raggiungimento della loro maturità fisica, l’immissione di nuovo materiale genetico quando, a loro giudizio, ciò si rende necessario per la salute delle loro linee, ecc. ecc. Esaminiamo ora brevemente alcuni elementi di teoria genetica e le loro relazioni con la popolazione dei cani di razza pura.
Elementi di “Genetica delle popolazioni”[18] Frequenza dei geni (frequenze geniche) Gran parte del lavoro sulla genetica delle popolazioni richiede la stima o il calcolo della frequenza dei geni che quantifica la reale insufficienza o scarsità, entro una data popolazione, di alleli su particolari locus. Se in una popolazione c’è solo “una versione” di un gene, allora l’intera popolazione è necessariamente omozigote per quel gene. Le frequenze geniche sono espresse in frazioni decimali la cui somma deve essere uguale a 1; così, un gene senza alleli alternativi ha una frequenza pari a 1.0 . La frequenza genica rappresenta la percentuale del numero di copie di alterne versioni di un gene nella popolazione, indipendentemente dal numero di animali coinvolti e dal fatto che essi abbiano il gene in forma omozigote o in forma etrozigote. Un individuo può avere due copie dello stesso allele o una sola copia, oppure non averne nessuna. Per esempio, se un locus ha due alleli e la popolazione coinvolta è di 50 animali, e ci sono 25 copie di un allele, allora la frequenza per questo allele è di 0.25; quindi, la frequenza dell’altro allele deve essere pari a 0.75, con 75 sue copie nella stessa popolazione. Bisogna sottolineare che da sola, la frequenza genica non dice niente riguardo all’omozigosità o all’eterozigosità relativa; essa si occupa solo di aspetti quantitativi degli alleli nella popolazione.
Evento Fondatore Forse il concetto genetico più importante per gli allevatori di cani è costituito dall’ “evento fondatore” che, nella sua teoria, descrive perfettamente cosa accade quando una razza è riconosciuta dal CKC oppure da organismi simili. Quando si verifica tale evento, tutto viene a cambiare, qualunque siano, in una popolazione canina, lo stato di equilibrio genetico oppure la frequenza di particolari alleli. In natura l’ “evento fondatore” occorre quando gli individui di una specie occupano un nuovo territorio, e ivi si riproducono, perdendo contatto con la loro popolazione originaria (è ciò che accade, per esempio, quando gli uccelli sono spinti da un uragano sulle isole in mezzo all’oceano). L’evento fondatore descrive ciò che avviene “allo stabilirsi” di una piccola popolazione (anche se essa, in una fase successiva, potrà accrescersi). Quando un numero finito d’individui fonda un nuovo gruppo, il genoma del nuovo gruppo rifletterà necessariamente i geni portati dagli animali fondatori; la frequenza genica di questa nuova popolazione rifletterà quella del gruppo fondatore piuttosto che quella della popolazione originaria. In tal modo, quando si verifica un evento fondatore, un gene abbastanza raro nella popolazione originaria può avere una frequenza molto alta nella nuova popolazione; al contrario, geni “diffusi” nella popolazione originaria possono avere bassa frequenza od essere anche assenti nella nuova popolazione. Tutto dipende dai geni dei “fondatori”. Così, un difetto genetico estremamente raro nell’intera popolazione canina, può diventare “diffuso” in una particolare razza semplicemente perché uno o più soggetti fondatori portavano in sé questo gene.
Principio di “Hardy-Weinberg” Questa legge stabilisce che, sotto specifiche condizioni (come, ad esempio, accoppiamento causale, popolazione molto numerosa, assenza di mutazioni e di pressione selettiva) le frequenze di alleli su un dato locus non cambieranno di generazione in generazione (rimarranno costanti); la legge è descritta da un’equazione che permette ai genetisti di creare un modello matematico della frequenza genica. Senza tentare in questa sede di spiegare l’equazione ed il suo impiego, possiamo dire, in estrema sintesi, che in una popolazione di tipo Hardy-Weinberg, gli organismi eterozigoti saranno molto più numerosi di quelli omozigoti. Molte popolazioni naturali ricadono in questa situazione; non è lo stesso per le popolazioni di cani di razza pura a causa delle dimensioni contenute, dell’inbreeding, della selezione artificiale, degli accoppiamenti non casuali. Dal principio di Hardy-Weinberg si deduce cioè che la schiacciante predominanza di eterozigoti in popolazioni naturali sta a significare che la selezione naturale tende a favorire l’eterozigosi. Così, l’equilibrato sistema genetico naturale della maggior parte delle specie, ha un alto grado di eterozigosità [Carson, 1983]. Quando noi, come allevatori di cani, usiamo la consanguineità e la selezione artificiale per fissare arbitrariamente alcune caratteristiche, è molto verosimile che stiamo turbando l’equilibrio del sistema genetico naturale della specie canina nella popolazione che stiamo allevando.
Drift genetico (deriva genetica casuale) Le popolazioni numericamente piccole, come la maggior parte di razze canine, sono soggette al cosiddetto “Drift genetico”. E’ questa una situazione in cui la frequenza genica cambia casualmente di generazione in generazione, variando dall’aspettativa statistica a causa di errori di campionamento (gli errori di campionamento si verificano quando un numero troppo piccolo di prove fa deviare dall’aspettativa probabilistica; è ciò che si verifica se, ad esempio, lanciando in aria una moneta per 6 volte, otteniamo 5 volte “testa” ed 1 volta “croce”. Se lanciamo la moneta 1.000 volte, il risultato si avvicinerà a 500 volte “testa” e 500 volte “croce” - probabilità = 0.5 per testa e 0.5 per croce - ). Ciò succede anche quando nella riproduzione i gameti[21] si uniscono per formare gli zigoti[22]; l’unione di gameti è altamente randomica. Un dominante cane nero la cui mamma era bianca, accoppiato ad una cagna bianca potrebbe teoricamente produrre egual numero di cuccioli bianchi e neri; alcuni allevatori, però, sarebbero molto sorpresi di vedere 2 cuccioli bianchi e 6 neri o viceversa. Tuttavia, quando tali errori di campionamento si verificano in popolazioni numericamente piccole, nella successiva generazione la frequenza genica può cambiare, prendendo un cammino casuale che, alla fine, porta alla perdita di un allele ed al fissaggio di un altro. Per piccole popolazioni e per poche generazioni, questo risultato è altamente probabile; in una popolazione molto ampia, invece, ciò non avverrà (o sarà molto improbabile). A causa del Drift genetico, in questo modo, casualmente dei geni sono perduti ed altri ne sono fissati.
Tempo generazionale Poiché numericamente limitate, in popolazioni geneticamente isolate come quelle delle razze CKC, ad ogni accoppiamento viene perduto un certo ammontare di diversità genetica per l’azione del Drift Genetico, dell’inbreeding e della selezione artificiale. Il numero di generazioni dall’evento fondatore diventa un parametro fondamentale. Il tempo medio fra una generazione e la successiva (tempo generazionale) è una comoda misura per aiutarci ad individuare il relativo tasso di logoramento generico. Esistono alcuni casi in cui certe linee di sangue – di solito cani da lavoro – sono allevate in un modo conservativo da far sì che il tempo generazionale ha una media di 6 o 7 anni. Ciò, però, è un’eccezione. Molte linee da esibizione sembrano procedere secondo questo modello: il cane “Phoo-Phoo” inizia la sua carriera a 6 mesi di età esibendosi nella classe Cuccioli Junior; è impiegato molto assiduamente nei concorsi e, fino ai 10 mesi di età, non fa che vincere. Immediatamente il suo proprietario ne pubblicizza le vittorie sulle riviste cinofile e le news-letter del Club di razza raccontano dei suoi trionfi aggiungendo che i cuccioli del Campione “Phoo-Phoo” (soggetti a conferma del CKC) sono attesi impazientemente per il prossimo mese. In tali linee il tempo generazionale medio può essere di due anni o meno. Questa precipitosa fretta produttiva implica una selezione anticipata rispetto alla maturità che comporterà un elevato rischio di malattie nelle articolazioni ed un abbassamento della longevità media.
Linkage disequilibrium (associazione gametica preferenziale) I geni di uno stesso cromosoma non riusciranno ad assortirsi indipendentemente in accordo con i principi di Mendel. Si dice, così, che i geni stanno in uno stato di Linkage disequilibrium[23]. Questo semplice fatto ha un effetto devastante nella selezione artificiale, dal momento che in pratica ciò vuol dire che quando un allevatore seleziona per, o contro, un qualsiasi tratto genetico, che lo sappia o meno, egli selezione per, o contro, ogni altro gene allocato sullo stesso cromosoma. E’ così che i difetti genetici iniziano rapidamente a fissarsi in popolazioni sottoposte ad inbreeding e soggette a selezione artificiale. Poiché i cani hanno solo 78 cromosomi (numero diploide[24]) ma molte migliaia di geni, ovviamente il “linkage disequilibrium” può essere terribilmente influente. I geni che eventualmente sono “connessi”, cessano di esserlo nel tempo (eccetto che in particolari situazioni) attraverso il “crossino over”, un processo secondo cui coppie di cromosomi scambiano segmenti della loro struttura DNA durante la “meiosi[25]”. Questo processo è comunque lento e imprevedibile, esso dà poca speranza di rimediare al problema del “linkage disequilibrium” in poche generazioni e, naturalmente, non aiuta affatto dove alleli deleteri hanno già iniziato a fissarsi.
Sovradominanza Esistono situazioni in cui un individuo eterozigote gode di un vantaggio di “sopravvivenza” sull’omozigote recessivo[36] e su quello dominante[37] di uno stesso gene; ciò è chiamato “sovradominanza” oppure “ “superiorità eterozigote”. Non si sa ancora molto su questo meccanismo e gli esempi di specifici geni sovradominanti sono rari. Su questo argomento non vale il fatto che la genetica delle popolazioni offra modelli matematici per varie forme di selezione, inclusa l’esclusione selettiva d’individui che portano geni omozigoti recessivi per caratteristiche dannose. Questi modelli dimostrano che l’eliminazione dalla popolazione d’allevamento d’individui omozigoti per i tratti indesiderati, ha solo un piccolissimo effetto nella variazione della frequenza degli alleli! E’ stato calcolato, per esempio, che per ridurre negli umani il rapporto del gene recessivo dell’albinismo da uno su diecimila ad uno su unmilione, evitando semplicemente agli albini (cioè agli omozigoti) di fare figli, richiederebbe 9.000 anni di un siffatto “allevamento selettivo”. Questa è una delle varie ragioni per cui i programmi di screening, sebbene probabilmente redditizi per i veterinari, sono di discutibile efficacia, poiché essi identificano solo gli individui affetti (solitamente omozigoti).
Eterosi Più comunemente conosciuta come “vigor ibrido”, l’eterosi[27] è una situazione in cui un incrocio di due o, qualche volta, tre linee di sangue mostra del miglioramento per alcune desiderate caratteristiche (ad esempio, nel caso dei vegetali, una più alta produzione di grano). L’eterosi lavora meglio per specie vegetali, ma è stato ampiamente dimostrato che agisce anche sulle specie di animali domestici. Non serve a niente che nella pratica molte diverse linee allevatoriali debbano essere sviluppate nello stesso tempo o che la maggior parte delle linee diventi così inadatta da essere scartata non appena diventa “non vitale” [28] oppure che per stabilire quali linee daranno il risultato desiderato si debbano fare innumerevoli tentativi. Benché i “metodi del contadino” non sono applicabili ai cani di razza pura, il principio generale è interessante poiché si crede che l’eterosi funzioni a causa dell’eterozigosità della generazione ibrida, probabilmente attraverso l’azione dei geni dominanti o sovradominanti. I genetisti stanno cominciando a rendersi conto che i sistemi di eterozigosità bilanciata di molte specie selvatiche comportano un effetto di eterosi che conferisce loro un alto grado di benessere fisico.
Depressione da consanguineità Al diminuire della variabilità genetica ed all’aumentare – attraverso l’inbreeding – dell’omozigosi, si manifesta una sindrome conosciuta come “depressione da consanguineità”. Essa è caratterizzata dalla riduzione della vitalità[28] (sopravvivenza della prole), dell’indice di natalità, della fecondità[33] e della fertilità[34] (successo riproduttivo), nonché dalla comparsa di malformazioni e da un’aumentata suscettibilità alle infezioni. Molti di questi effetti sono dovuti alla presenza di recessivi e deleteri alleli omozigoti, mentre una buona parte è dovuta all’assenza di sovradominante combinazione eterozigote. Non appena la depressione diventa più accentuata, le linee maggiormente consanguinee tendono ad estinguersi a causa della perdita della capacità riproduttiva e/o dell’incapacità della prole a sopravvivere. Ciò varia in intensità da specie a specie e sembra essere dovuto probabilmente alle variazioni, in numero e natura, di letali[29], subletali[30] e subvitali[31] alleli coinvolti. Alcuni mammiferi selvatici allevati in cattività senza ricorrere all’inbreeding, presentano una mortalità infantile quasi nulla; quando si ricorre all’inbreeding, in questi mammiferi la mortalità infantile raggiunge anche il 100%! Uno studio su 44 specie di animali allevati in cattività ha evidenziato che in 41 di esse la mortalità infantile di soggetti nati da accoppiamenti in consanguineità era molto più alta di quella di soggetti nati da accoppiamenti non in consanguineità. [Ralls & Ballow, 1979, 1982]
Carico genetico La differenza fra il “più appropriato” genotipo di una popolazione ed il benessere medio di tale popolazione è conosciuta come “Carico genetico” [Muller, 1950] Esso è ovviamente condizionato dalla presenza di alleli letali[29], subletali[30] e subvitali[31]. Il carico genetico è a volte misurato dal numero di “letali equivalenti” [30] e la gravità della depressione da consanguineità può essere quantificata in questo modo. In generale, gli umani portano in un stato di etrozigosi da 5 a 8 “letali equivalenti” per persona - geni o combinazioni di geni - ognuno dei quali, se omozigote, potrebbe causare la morte dell’organismo. Si dovrebbe sottolineare che il carico genetico è presente in tutte le popolazioni. La presenza di geni letali, subletali e subvitali è cosa normale in tutte le specie. Gli omozigoti per tali geni sono così infrequenti che gli effetti sulla salute sono trascurabili. E’ solo quando si verificano l’effetto fondatore e l’inbreeding che la frequenza genica degli alleli deleteri aumenta e i difetti genetici iniziano a diventare un problema, cosicchè il crescente carico genetico degrada la salute. Pertanto, nel caso dei cani di razza pura il problema non consiste nella presenza di geni “difettosi” bensì nelle pratiche allevatoriali dei sostenitori della purezza e nei Registri di razza pura.
Struttura di una popolazione in equilibrata eterozigosità Negli ultimi decenni i risultati conseguiti dagli studi DNA sul polimorfismo proteico hanno confutato la “classica” visione di specie come “omozigoti a più loci”, con i fenotipi di tutti gli individui di una specie conformi a quello di un modello tipo. I genetisti che studiano le popolazioni ed i biologi evoluzionisti, hanno oggi concluso che i concetti “tipologici”[1] sono inutili in un ambiente naturale in cui le popolazioni possono essere geneticamente descritte al meglio non per la conformità degli individui a “un tipo” bensì come insieme di variabilità genetica. Alcune delle implicazioni della “visione bilanciata” sono esplicitate da un genetista secondo quanto segue: Le specie che sono diploidi ed incrociate (ciò riguarda tutti i mammiferi) … tipicamente portano in sé una grande provvista di variabilità genetica in uno stato equilibrato nelle loro popolazioni…. La ricombinazione genetica produce in modo naturale diversi tipi genetici dal vasto campo di variabilità nella base genetica. Per permettere loro di superare le difficoltà ambientali, in molti di questi organismi la selezione naturale tende a sviluppare un sistema altamente eterosigote….. Essi sono mantenuti in regimi di selezione che sfruttano i vantaggi dell’eterozigosità per molti alleli simultaneamente; la grande quantità di variabilità genetica è continuamente “ricombinata” ed il vigor ibrido è massimizzato …. …. Il sistema genetico non è un’entità fissa e congelata ma è dinamico e variabile…. Per sua propria natura questo sistema genetico è nemico di un’immutabile staticità. Ad ogni evento riproduttivo la variabilità genetica prodotta è enormemente ampia. [Hampton L. Carson. The Genetics of the Founder Effect, 1983] Gli sforzi allevatoriali e di selezione artificiale che tentano di sfidare questo sistema di bilanciata eterozigosità e di variabilità, quasi certamente falliranno miseramente di fronte al tipo di difficoltà che stiamo incontrando nelle razze pure di cani. E’ inutile tentare di congelare le caratteristiche genetiche di piccole popolazioni; il tentativo è destinato a fallire e si paga enormemente in termini di perdita di forza e di vitalità. Inoltre, le popolazioni selezionate artificialmente possono e dovrebbero essere mantenute in uno stato di dinamica bilanciata etrozigosità: tutto il problema inerente ai difetti genetici sarebbe ridotto al minimo.
Accoppiamento assortativo L’accoppiamento assortativo è un metodo di selezione in grado di creare l’omozigosità per i tratti desiderati, senza produrre effetti gravi sulla omozigosità complessiva come nel caso dell’inbreeding. Esso consiste nel far accoppiare individui fenotipicamente[32] simili che non sono strettamente imparentati fra loro. Questo metodo dovrebbe essere in grado di mantenere una ragionevole “tipicità” in un sistema di bilanciata eterozigosità con un Registro di razza di tipo aperto.
Con il supporto dei suddetti importanti concetti di genetica delle popolazioni, siamo ora pronti ad esaminare sotto una nuova luce il sistema “ottocentesco” di allevamento canino e di registrazione che abbiamo ereditato. Preparandoci ad entrare nel 21° secolo, forse possiamo concepire un rinnovato sistema che, rispetto ad ora, migliorerà di gran lunga i nostri cani ed i nostri allevatori.
Il nodo del problema Nell’iniziare il nuovo millennio, il problema che maggiormente assilla i sostenitori dei cani di razza pura è costituito dai difetti genetici. Fino ad ora, gli allevatori si sono preoccupati del prognatismo/enognatismo e del criptorchidismo, problemi che non hanno altro che una natura genetica; gli amanti dei cani si sono preoccupati molto di più del cimurro, dell’epatite e dei parassiti intestinali; i programmi allevatoriali si sono concentrati sulla visione individuale dell’eccellenza canina. Negli anni ’60 la punta dell’iceberg genetico emerse relativamente al forte incremento di un disturbo alle articolazioni, chiamato displasia. Nell’Ontario Veterinary College (OVC) di Guelp (Ontario), fu attuato un programma di controllo, consistente nell’esame delle radiografie da parte di esperti, e fu istituito un registro di animali “esenti” da questo problema. Oggi, dopo 3 decenni, il programma dell’OVC ha accertato che animali “esenti” e con diverse generazioni di antenati anch’essi “esenti”, possono tuttavia produrre prole affetta da displasia! [Chidiac-Storimans 1995] Dunque, il programma dell’OVC sembrerebbe essere di discutibile efficacia. Dopo generazioni e generazioni di cani prodotti tramite allevamento di tipo chiuso, infiniti altri problemi hanno colpito i cani di razza pura. Non c’è bisogno di elencarli, l’elenco diventerebbe obsoleto dopo un mese o quasi; la ricerca veterinaria continua regolarmente a trovare sempre più disturbi, o mali, di origine ereditaria. Molti allevatori ora “rincorrono” i programmi di screening. Molti programmi di selezione “per l’eccellenza canina” devono, però, ora fermarsi: la selezione si sforza oggi di produrre animali esenti dalla displasia, dalle malattie agli occhi, da disfunzioni endocrine, ecc. ecc. . Trent’anni di raggi X non hanno ancora eliminato la displasia che oggi è presente anche in razze che 30 anni fa ne erano esenti. Nel dicembre 1994 la rivista Times pubblicò un’aspra accusa indirizzata all’American Kennel Club, ai cani di razza pura ed ai loro allevatori, attaccando il problema delle malattie genetiche, suggerendo che l’uso dei pedigree portava alla rovina dei cuccioli e raccomandando ai lettori di soddisfare il desiderio di avere un cane da compagnia adottando un bastardo. Da allora la maggior parte di noi si è accorta di avere fra le mani una situazione insostenibile. La nostra situazione di allevatori di cani di razze pure è ora a brandelli; siamo tacciati dai media di avidità ed accusati di essere dei negligenti produttori di animali degeneri. La principale risposta da parte del CKC alla situazione fu una dichiarazione secondo cui “gli allevatori rispettabili forniranno una dettagliata garanzia scritta di presente e futura buona salute del cane e che non esiteranno a tener fede alle loro garanzie”. La dichiarazione, lungi dall’aiutare la situazione, servì solo a gravare gli allevatori di una pesante responsabilità ufficiale senza peraltro il supporto di misure in grado di poterli assistere. E’ tempo che, per noi stessi e per i nostri cani, noi allevatori ci si alzi in piedi per respingere le imputazioni secondo cui siamo individualmente responsabili del problema dei difetti genetici, e per richiedere rapidi provvedimenti da parte del CKC e, se necessario, da parte dell’Agricolture Canada. Il nodo del problema è rappresentato dal “Registro di razza” di tipo “chiuso” e, con esso, dall’ideale della purezza razziale, dalla “venerazione del tipo” e dall’enorme valenza che viene data ai campionati cinofili nell’essere finalità ed arbitri dei programmi allevatoriali. Alla luce dei concetti sulla genetica delle popolazioni, possiamo ora esaminare i cento anni di “allevamento ottocentesco”, capendo cos’è stato sbagliato e individuando la strada per correggere la situazione. Abbiamo precedentemente sottolineato che il riconoscimento di una razza attraverso l’adozione di un “registro” è stato un evento critico, più critico di quanto ce ne sarebbe stato bisogno. Questo perché la prassi comune è stata quella di mantenere aperti i registri ai soli “soggetti fondatori” per un limitato periodo, di controllare e registrare solo una piccola popolazione e, poi, di chiudere i registri ad un nuovo afflusso genetico con la sola eccezione di animali provenienti da altri registri della stessa razza e derivati dagli stessi soggetti fondatori o da soggetti fortemente imparentati con loro; eccezion fatta per le razze indigene, è ciò che, negli ultimi decenni, è stato fatto non solo in Canada. La maggior parte delle razze a noi più familiari è stata creata da sessanta a poco più di cent’anni fa. In quegli anni la popolazione canadese era molto ridotta rispetto a quella attuale e, conseguentemente, anche la popolazione canina era numericamente molto bassa; così, il numero di cani accettato nel periodo in cui i registri furono tenuti aperti, fu piuttosto limitato. Le specie canine possiedono, nel complesso, una formidabile diversità genetica. Come nella maggior parte delle specie, questa diversità include un peso genetico, un ampio spettro di più o meno alleli deleteri; probabilmente alcuni di essi sono in uno stato di eterozigote superiorità cosicché, nonostante la selezione naturale tenda ad eliminare gli omozigoti recessivi quando semplici, gli stessi allevi “cattivi” mantengono una forte presenza a causa del vantaggio selettivo dell’eterozigosi superiore. Cosa avviene quando si presenta l’effetto fondatore? E’ possibile che i “cattivi” alleli - rari in una popolazione canina vista nel suo complesso - essendo presenti nella “popolazione fondatrice” possono raggiungere una altissima frequenza specialmente poiché la stirpe fondatrice di una razza riconosciuta da poco è, per il processo seguito per lo sviluppo della razza, da considerare già consanguinea. L’inbreeding insieme alla selezione artificiale, aumenta drammaticamente il livello di omozigosi attraverso la totale eliminazione di alleli dal genoma. Questi alleli possono non essere desiderati da chi crea la razza ma, tuttavia, la loro eliminazione aumenta la frequenza dei restanti alleli.
L’esempio di una razza Così, il riconoscimento di una razza provoca un evento “fondatore” quando viene aperto un registro; un numero limitato di animali fondatori della razza è spesso selezionato da una popolazione che è già stata sottoposta ad un considerevole inbreeding. Prendiamo, ad esempio, la razza Siberian Husky. Registrata nel 1939, l’iniziale popolazione CKC consisteva di 47 cani, tutti provenienti dallo stesso allevamento! Di questi 47, 9 erano i soggetti fondatori; due di loro erano maschi importati dalla Siberia, fratelli di cucciolata! Gli altri 7 erano fortemente imparentati fra loro (due erano sette-ottavi siberiani ed un ottavo Malamute). Gli altri 38 cani erano tutti discendenti dei “fondatori”. Dei 9 cani fondatori, 2 non furono allevati affatto, due furono accoppiati solo una volta l’uno con l’altro e solo un loro figlio fu usato nel seguito. Dei due fratelli maschi importati dalla Siberia, uno fu ripetutamente accoppiato con una stessa cagna producendo una numerosa progenie, l’altro fu solitamente accoppiato con le figlie del fratello. Oggi, le linee di Siberian Husky che risalgono direttamente al gruppo fondatore canadese appartengono per il 25% alla stirpe generata dal primo dei due fratelli, per il 15% alla stirpe generata dal secondo fratello e per il 27% alla stirpe del fratello accoppiato sempre con la stessa cagna. Due terzi dell’eredità genetica di questi moderni Siberian Husky discendono da solo tre animali fondatori! Questo non è un fatto eccezionale, è solo un buon esempio della recente storia delle razze CKC. Nel caso del Siberian Husky (che, guarda caso, è la razza da me allevata e la cui recente storia mi è molto familiare), il CKC aprì il registro nel 1939, esaminò i cani di un allevamento ed ammise quattro dozzine di soggetti fortemente imparentati nel registro che poi fu chiuso permanentemente. Non fu fatto nessuno sforzo per assicurare una base genetica ampia, numerosa e diversa. Che il registro era stato chiuso permanentemente, io l’ho scoperto quando importai dalla Russia un cane conforme allo standard del Siberian Husky! Il cane era nato negli Urali, ben all’interno dei confini siberiani, da genitori originari del villaggio di Chukotkan; di lui erano note tre generazioni di antenati, ma il numero di registrazione non era disponibile poiché in Russia non esiste un registro ufficiale di Siberian Husky. In risposta alla mia richiesta di registrazione, mi fu detto immediatamente che il Club non sapeva cosa fare, che i protocolli usati nel 1939 non erano più validi e che il mio cane “non avrebbe dovuto essere usato in allevamento, poiché probabilmente il processo sarebbe stato molto lungo”; tutto ciò, in barba al fatto che il cane aveva un valido Pedigree FCI d’espatrio dalla Repubblica Ceka (attraverso cui fu esportato). Un anno e mezzo più tardi, dopo ripetute discussioni a porte chiuse, ci fu il rifiuto del riconoscimento da parte del Consiglio e del Comitato di Registrazione, a causa di informazioni inadeguate (mancanza dei numeri di registrazione degli antenati). Furono ignorate le ripetute richieste di riesame e la disponibilità a sottoporre il cane e la sua progenie ad esame DNA. Il registro era chiuso – anche a nuove importazioni dalla Siberia! Per i passati 56 anni, allora, tutti i Siberian Husky allevati in Canada derivano dalle registrazioni del 1939, oppure da importazioni americane che, il più delle volte, discendono dagli stessi cani registrati dal CKC più, forse, tre cani diversi! Gli animali fondatori originari furono scarsamente utilizzati e le successive generazioni furono così strettamente allevate in consanguineità che i due maschi importati dalla Siberia, più una cagna, sono ancora oggi statisticamente equivalenti ai nonni di ogni singolo Siberian Husky registrato ora! E così in Canada, e per la mia razza, l’originale “evento fondatore” e il “registro chiuso” hanno condotto ad uno stato di forzato allevamento in consanguineità. Da un punto di vista genetico, ciò non ha alcun senso. Forse si può ancora trovare un maschio che può non avere in comune con “una cagna (quella citata prima – NdT)” antenati nelle ultime 5 o 6 generazioni - se si conoscono sufficientemente bene le linee di sangue dei Siberian e se non si ha paura di percorrere alcune migliaia di miglia per cercarlo – … ma esso non sarà un outcross[38] poiché si rileverà, se il pedigree fa risalire sufficientemente lontano, che tutti i suoi antenati e tutti gli antenati di quella cagna sono gli stessi animali! Sarebbe difficoltoso calcolare il coefficiente di inbreeding per 15-30 generazioni; non sembra che per gli allevatori sia disponibile un software in grado di farlo (dopo tutto, i pedigree per una trentina di anni, conterrebbero più di due bilioni di nomi). Trenta generazioni tutte risalenti a 10 cani o meno, rappresentano un’impressionante impresa di inbreeding prolungato! Com’era abbastanza prevedibile i Siberian Husky, che fino a 85 anni fa erano forse la più resistente e forte varietà di cani sulla terra, soffre ora della stessa gamma di malattie genetiche che affligge altre razze. Fra quelli “registrati” pochi sono in grado di svolgere compiti da cani da slitta e il livello prestazionale di “quei pochi” è ben lontano da quello dei cani importati dalla Siberia nel 1910. Probabilmente, ciò è dovuto per lo più al declino dell’eterozigosi ed alla perdita della vitalità attraverso l’inbreeding. Ciò che è peggio è che nella razza stanno emergendo indubbi segni di depressione da inbreeding: alto numero di parti cesarei, cuccioli minuti e di basso peso, cucciolate inclini alle infezioni, ecc. . Gli allevatori di animali domestici – ad es. di bovini, ovini, pollame, … - gestiscono i registri e mantengono la razza senza l’imposizione del concetto dell’assoluta purezza razziale. Anch’essi, come gli allevatori di cani, allevano per fissare i tratti desiderati. Gli allevatori di bestiame, però, non cercano di far finta che possono allevare sempre senza problemi di salute. Così, quando sono minacciati dalla depressione da inbreeding oppure da difetti genetici, ricorrono all’outcross; ripetutamente, se necessario: possono farlo perché non hanno “registri chiusi”. Io non suggerisco di copiare pedissequamente le loro procedure ed i loro processi poiché penso che anche questi potrebbero beneficiare di qualche revisione alla luce della moderna genetica. Vorrei però puntualizzare che noi cinofili siamo in minoranza quando ci abbarbichiamo all’ideale concetto di purezza della razza e quando sosteniamo insistentemente i “registri chiusi”. In drammatico contrasto con il caso dell’esempio del Siberian Husky, esaminiamo per un istante gli standard che l’Agricolture Canada oggi applica alle nuove razze animali, così come si legge sfogliando le tre pagine dal titolo “Definizione di una nuova razza in Canada”. L’Agricolture Canada richiede oggi che il gruppo fondatore (che è detto essere di 1^ generazione degli animali registrati di una nuova razza) sia selezionato dalla terza generazione di figli (F3), o dalle successive generazioni, della “razza in sviluppo”. Non è fissato alcun parametro per la generazione fondatrice della razza in sviluppo ma si afferma che: “Lo standard usato per creare una nuova razza è così costituito: · numero minimo di animali necessari a costituire il gruppo fondatore della nuova razza (F3): 200 animali; · per raggiungere detto numero richiesto in F3, ed allo scopo di fornire una sufficientemente ampia base genetica, si raccomanda che il minimo numero di animali da produrre in ogni livello “F1 ed F2” sia pari a 60 animali per F1 ed a 100 animali per F2; è detto, inoltre, che “la generazione F3 è la prima ad avere i requisiti per essere sottoposta ad esame per ‘gruppo fondatore’ …. In pratica, le razze dovranno evolvere per diverse generazioni prima di poter produrre una significativa popolazione di animali fondatori”. Questi moderni standard sono in qualche modo influenzati dalle considerazioni sulla genetica delle popolazioni, nel tentativo di stabilire dei punti fermi per la salute genetica e la stabilità di nuove razze animali in Canada; anche per i cani dovrebbero essere considerati valori numerici simili a quelli oggi fissati dall’Agricolture Canada. Le sole eccezioni dovrebbero probabilmente riguardare razze, come il Canadian Eskimo Dog, per le quali è stata consentita la registrazione negli ultimi 10 o 20 anni. Nel caso dei Siberian Husky, i suoi attuali fondatori genetici (quelli i cui geni hanno contribuito per le future generazioni, e mettendo da parte quelli che non hanno riprodotto) sono solo 6; la generazione F1 ha riprodotto solo 8 soggetti; la generazione F2 ha riprodotto solo 5 soggetti; nessun animale in F3 fu registrato nel primo anno di registrazioni CKC. Gli animali F1 ed F2 furono registrati tutti insieme nel primo anno.
La razza olistica[39] Mi piacerebbe ora immaginarmi una visione di un futuro non molto distante, voglio cioè descrivere come le razze canine dovrebbero essere nel 21° secolo. Invece di assoggettare tutte le razze ad arbitrarie strutture non allo stesso modo ben adatte a ciascuna di esse, per ogni singola razza dovrebbero essere adottate misure specifiche. Senza una frammentazione in ghetti di appassionati di obbedienza, di specialisti di cani da lavoro, di fanatici dei concorsi di bellezza, ecc. , le razze canine godrebbero del beneficio di una visione integrante i differenti aspetti: attività e produzione ben articolate, versatilità, animali equilibrati, ecc. . Lasciatemi ora dire che i suggerimenti che seguono sono veramente pratici ed elementari. Essi non richiedono altra conoscenza se non quella strettamente necessaria; non richiedono altra tecnologia se non quella che già abbiamo disponibile. Tutto ciò che serve è solo un atteggiamento proattivo e la volontà di apportare i necessari cambiamenti ad una struttura ormai obsoleta. Questa “visione” potrebbe diventare realtà nel giro di dieci anni. All’inizio di questo studio, ho scritto che i tre assi distinti che caratterizzano le razze – origine, scopo e tipologia – devono essere fortemente correlati ed interattivi, onde evitare che la pienezza dell’identità razziale si sciupi o si perda. Passo ora a spiegare come potrebbero essere attuate le necessarie interrelazioni. Per iniziare, dobbiamo assolutamente aprire i registri CKC a nuovo afflusso genetico (per tutte le razze). In piccole popolazioni, come quelle costituite dalle nostre razze registrate, non può esserci una durevole salute genetica senza il periodico afflusso di nuovo materiale. Un primo grande sacrificio, se sacrificio lo si può chiamare, sarà quello di abbandonare gli atteggiamenti razzisti ed il concetto di “rigorosa purezza razziale”. Dobbiamo riconoscere, prima di tutto, che “un cane è un cane”, della specie Canis Familiaris e che questa è la sua vera identità. Prima di tutto, è un cane; e poi è un Siberian Husky oppure un Foxhound o un Doberman; l’identità della razza è subordinata all’identità della specie! Dobbiamo smetterla di trattare le razze come se fossero “specie”, bisogna abbandonare la rigidità ed il ristretto “pensiero tipologico” [1] che fino ad ora ha caratterizzato il mondo cinofilo. Dobbiamo riconoscere che i cani sono individui unici e che non c’è alcun valore positivo nel cercare di creare gruppi di cani “tutti cloni o fotocopie” di un esemplare tipo rappresentato dallo standard di razza. Questo, comunque, non dovrebbe essere molto difficile dal momento che allevatori e giudici non sono mai stati capaci di raggiungere una condivisa e consistente interpretazione dei vari standard! Perché, allora, vorremmo pretendere che uno standard che induce a differenti interpretazioni nella testa di ogni allevatore e di ogni giudice descriva un unico “tipo ideale”? Le razze canine possono e dovrebbero essere differenziate, allevate e mantenute sulla base di una dinamicamente bilanciata popolazione eterozigote, senza restrizioni indotte da un gruppo fondatore chiuso e storico. I registri chiusi ed il concetto della purezza razziale sono, da un punto di vista genetico, semplicemente dannosi ed inutili; essi, infatti, risultano alla fine controproducenti come abbiamo visto parlando del mantenimento della salute genetica in una popolazione limitata. Che logica c’è nel dover sottomettere ogni razza CKC a un sistema di registrazione che assicura progressive degenerazioni genetiche, perdita di forza e di vigore e che carica gli allevatori dell’indesiderata e infelice responsabilità di produrre animali sempre più difettosi e di cattiva salute? L’idea che le malattie genetiche possano essere controllate, molto meno eliminate, da programmi di screening e di selezione non è figlia dell’esperienza. Coloro che lo affermano, ingannano crudelmente. Può accadere che per un singolo accoppiamento un allevatore possa anche ottenere un qualche miglioramento, ma l’esperienza ha dimostrato che lo screening non risolve da nessun punto di vista i nostri problemi genetici. Nonostante “la pulizia” attuata generazione dopo generazione, le linee di sangue possono ancora produrre tanti e tanti animali malati; e ciò perché è a questo che conducono il nostro modo di allevare in consanguineità e i vincoli imposti dai registri chiusi. Per restaurare la salute genetica dobbiamo adottare sistemi diversi. Ci si potrebbe chiedere: “in che modo l’apertura dei registri all’outcross potrà condurre all’eliminazione dei difetti genetici?”; la risposta è che ciò non li eliminerà! Questa necessità non è la soluzione al problema. Se noi in qualche modo potessimo eliminare tutti quei geni che sappiamo essere responsabili di pericolose anomalie genetiche - ed anche tutti quelli che ancora non conosciamo -, quasi sicuramente scopriremmo che il genoma restante sarebbe non vitale[28] e che pertanto la sana riproduzione e la crescita verso la maturità non potrebbe avvenire con certezza. In natura, i difetti genetici non sono “eliminati”. Invece, a prendersi cura del problema sono gli accoppiamenti casuali e i modelli comportamentali che scoraggiano l’inbreeding, assicurando alti livelli di eterozigosità e la conseguente rarità di omozigoti difettosi. Se facciamo i dovuti passi per fissare questi comportamenti, allora riusciremo a ridurre grandemente il livello dei geni difettosi, ed è tutto ciò che ci serve. L’obbiettivo finale è la salute degli animale e NON la purezza razziale!. In virtù dei progressi scientifici raggiunti (sul mapping del genoma canino, RFLP[40], test microsatellite[41], ecc.) saremo quindi molto probabilmente in grado di usare i risultati degli studi sul DNA per raccomandare accoppiamenti che portino alla perdita di progenie in omozigosi, tenendo anche conto del fatto che, attraverso l’outcrossing, è disponibile sufficiente diversità genetica. Allo stato attuale delle cose, la maggior parte delle razze sono così “in omozigosi” che sarebbe estremamente difficoltoso programmare accoppiamenti che tolgano un difetto genetico senza rinforzarne altri!
Nuove strutture per la cinofilia Molto bene! Quindi, se eliminiamo i “registri chiusi” come possiamo decidere quali animali ammettere alla registrazione? Naturalmente, bisogna iniziare con quanto già esiste di registrato. Un modo di procedere potrebbe, poi, essere quello di rafforzare e rendere più autorevoli i Club di Razza. Essi dovrebbero garantire responsabilità ed autonomia: responsabilità per la salute delle loro razze ed autonomia per poter portare avanti tale responsabilità. Bisognerebbe anche assicurarsi che i Club di Razza siano altamente rappresentativi di tutti gli allevatori. Il primo compito di ogni Club di Razza sarebbe quindi di determinare quali “fonti” (o sorgenti) di afflusso genetico impiegare. Solo gli allevatori possono richiedere agli esperti di pronunciarsi e solo essi dovrebbero decidere, ma la designazione delle “fonti” (o sorgenti) di outcross dovrebbe essere obbligatoria e non opzionale. Per esempio, il Siberian Husky Club Canadese potrebbe decidere da dove potrebbero essere meglio prelevati gli animali per restaurare l’eterozigosità in questa razza; si potrebbe decidere, per esempio, che i cani importati dalla Russia e forse anche un occasionale e non comune soggetto attentamente selezionato dall’attuale bagaglio genetico di “Alaskan Husky” utilizzati nelle corse con le slitte, possano costituire due logiche fonti per l’outcrossing. Per le razze che provengono da popolazioni autoctone[42] si dovrebbe cercare l’outcross da razze simili; ad esempio: Spaniels (English Springer) e Spaniels (Welsh Springer), oppure Retrievers (Labrador) e Retrievers (Flat-Coated). Si dovrebbero poi definire procedure d’ispezione e di test per l’ammissione degli animali outcross. Una volta designata la “fonte (o sorgente) dell’outcross” è meglio lasciare ad ogni allevatore la scelta dei singoli soggetti; ogni allevatore dovrebbe però sottostare ad ispezioni preliminari – che non dovrebbero essere eccessivamente rigide – da parte del Club di Razza. Salute genetica, buon temperamento, comprovata abilità nel lavoro, dimensioni approssimate e accettabile tipicità generale, dovrebbero costituire le linee guida generali da non interpretare con eccessiva rigidità. L’outcross dovrebbe quindi essere provvisoriamente registrato dal CKC e sottoposto all’ispezione del Club di Razza per due generazioni di progenie. Il registro dovrebbe rimanere permanentemente aperto a nuovi animali di outcross. Sarebbe utile fissare un limite al numero di cani in outcross registrabili annualmente in modo proporzionale alla dimensione dell’intera la popolazione razziale. Ovviamente, dovrebbe essere necessaria la regolamentazione del processo, ma la migliore regolamentazione potrebbe probabilmente essere garantita dalla guida del Club di Razza e dalla supervisione del CKC. Potrebbero essere d’aiuto le tecniche di analisi del DNA che potrebbero essere adottate per monitorare l’eterozigosità e la relativa parentela (da parte del Club sarebbe anche una buona idea quella di fornire il profilo DNA di parentela); questa tecnologia che già esiste ed è in uso sta diventando sempre più affidabile. Dovrebbero, poi, essere definitivamente imposti limiti all’inbreeding, preferibilmente dai Club di Razza, ma dovrebbe essere il CKC a fissare il massimo limite permesso per default. Solo attraverso la totale proibizione dell’eccessivo grado di inbreeding sarà possibile passare ad uno stato di eterozigosi bilanciata; in caso contrario le vecchie pratiche continueranno ad essere attuate a causa dell’inerzia e del persistere del pensiero tipologico[1]. L’accoppiamento fra soggetti fenotipicamente simili ma non imparentati – o, molto al limite, non fortemente imparentati – può e dovrebbe diventare la “norma” per la conservazione del tipo; il Club, da parte sua, dovrebbe monitorare le registrazioni, eseguire i test DNA, assicurare che l’inbreeding non è attuato.
Una buona salute equilibrata per l’identità della razza Le responsabilità dei club di razza, però, non dovrebbero finire con la designazione della sorgente per l’outcrossing e con l’ispezione dei soggetti a ciò candidati. Se la pienezza dell’identità razziale deve essere raggiunta in ogni popolazione, allora i club di razza dovrebbero assumersi la responsabilità di bilanciare le varie sfaccettature di tale identità. Dovrebbero essere realisticamente introdotti significativi ed attuabili sistemi per il monitoraggio del temperamento, per la verifica delle capacità lavorative e dell’addestrabilità e per la valutazione della morfologia e del tipo. I raduni competitivi dovrebbero diventare eventi di club, poiché i metodi di valutazione e le prove necessarie per l’esame di qualità come temperamento, vigore e resistenza, capacità lavorativa e addestrabilità, dovrebbero essere specifiche per ogni singola razza e dovrebbero essere effettuate sotto la supervisione del club di competenza. Ciò non vuol dire che i vari clubs non debbano insieme organizzare vari eventi che comprendano tutte le razze, ma vuol dire che le manifestazioni con giudici all-rounder e con regole fissate dal CKC devono essere superati ed appartenere al passato. Per assicurare un valido supporto e la partecipazione degli allevatori, sarebbe probabilmente necessario elaborare – da parte del CKC – qualche metodo in grado di permettere la chiara registrazione, sui documenti dei cani, dei test (e dei livelli) a cui sono stati sottoposti, dei risultati conseguiti e delle procedure di valutazione adottate. Dovrebbero essere previsti forti incentivi per la partecipazione e i clubs di razza dovrebbero essere strutturati secondo meccanismi che non consentano personalismi o formazione di “cricche”. Con il nuovo sistema, i cer |