Spunti di riflessione sui criteri di selezione

Da “ The truth about dogs”

di Stephen Budiansky

Ed. Penguin Books

 

Chiunque possiede, o chiunque entra in contatto con i cani  - vale a dire, tutti!

-,  dovrebbe leggere questo libro: eccellente!

Raymond Sokolov – The Wall Street Journal

 

 Gli allevatori non si oppongono a produrre cani utili a qualcosa; il fatto è che questo non è il loro lavoro. Il loro lavoro consiste nel preservare una razza in purezza e orientare l’allevamento verso la produzione di cani che rappresentino il modello visivo dello standard.

Data la natura dei cani, ciò è molto difficile da ottenere e richiede un’intensa concentrazione. Inoltre, gli allevatori coscienziosi, così come gli scienziati coscienziosi, perderebbero la faccia con i loro colleghi se tentassero di fare cani utili.

Raymond Coppinger (Fishing Dogs)

 

 I cloni

 Allevare in consanguineità è fondamentalmente il vecchio modo di clonare.

Ogni allevamento selettivo è basato sull’ovvio principio che tu vuoi allevare scegliendo i soggetti che hanno i caratteri che tu ricerchi e scartando i soggetti che non li hanno. La naturale variazione che esiste in ogni popolazione è il materiale grezzo adoperato sia dalla selezione evolutiva naturale che dalla selezione artificiale fatta dagli uomini. 

(…omissis...)

L’allevamento basato sulla consanguineità incrementa la possibilità che nella nuova generazione siano presenti i geni responsabili di quelle caratteristiche di interesse. (…omissis...) Lo svantaggio è che, comunque, la selezione in consanguineità non discrimina le caratteristiche positive da quelle negative. Essa duplica i geni “buoni” da una prescelta copia originaria ma duplica anche i geni cattivi. Gli alleli che causano difetti, anche fatali, generalmente scompaiono ma, se sono recessivi, permangono nel tempo, anche se in piccola misura, in qualsiasi popolazione. Un allele dominante che causa un gravissimo difetto sarà facilmente spazzato via (…omissis...) ma un difetto recessivo può essere portato anche se non si evidenzia subito. (…omissis...) il problema è che la selezione in consanguineità aumenta l’omozigosità per tutti i geni; aumenta, cioè, l’omozigosità per gli alleli recessivi così come per gli alleli dominanti.

Le caratteristiche recessive occulte costituiscono più di un problema se la malattia è di quelle che non si manifestano subito, come ad esempio il cancro o alcuni disturbi degenerativi nervosi o alcune malattie progressive agli occhi.

Le malattie genetiche che sono esplose nelle razze pure più recenti costituiscono incontestabilmente un risultato di questo mascheramento di problemi latenti. Esse sono moltissime, variegate e spesso molto strane. Gli Scottish terriers soffrono del “crampo scozzese”, un disturbo ai nervi in cui i muscoli del posteriore e delle gambe si irrigidiscono in particolare quando il cane è sovraeccitato oppure quando è sottoposto a sforzi impegnativi. Da un analisi dei pedigrees sembra che ciò sia causato da un semplice carattere recessivo.

L’epilessia è stata riscontrata in molte razze, specie nel barboncino nano. Alcune razze di retrivers sono state colpite da un’epidemia di tumori. La sordità colpisce i Dalmata e i cani da bestiame australiani. I Collies, gli Elkhouds norvegesi, i cockers spagnoli, i setter irlandesi e molte altre razze sono afflitte da degenerazioni alla retina che li fa diventare ciechi. I Boxer hanno una molto ben documentata suscettibilità a un’imperfezione che li porta a collassi cardiaci. I Terrier inglesi e i Barboncini soffrono della malattia di Von Willebrand, un disturbo emofiliaco causato da un’imperfezione nei fattori che regolano la coagulazione del sangue.

Tutto quanto detto è abbastanza simile a quello che leggiamo su ciò che è successo a molte famiglie reali europee dopo che, per qualche centinaio di anni, hanno fatto contrarre matrimonio a cugini di primo grado.

 (…omissis...)

…… la consanguineità porta a ciò che è conosciuta come “depressione congenita”. Questa è dovuta all’accumulo di alleli omozigotici recessivi che producono effetti cumulativi e deleteri. Tali effetti possono non essere così drammatici come i colpi apopolettici o l’emofilia; piuttosto, essi costituiscono piccoli e aggiuntivi fattori che inibiscono la crescita, il vigore e la riproduzione. Nell’incrocio fra animali, questi caratteri recessivi possono essere mascherati dagli alleli dominanti. Però, dopo diverse generazioni di consanguineità, l’omozigosità nei geni che controllano questi caratteri inizia a prendere il sopravvento.

Un esperimento condotto su una popolazione di cani beagles, ha dimostrato un marcato incremento della percentuale di morte infantile all’aumentare del grado di consanguineità. La mortalità nei cuccioli nati da genitori non consanguinei fu del 25%. Non appena il grado di consanguineità portò l’omozigosità presunta al 50%, il tasso di mortalità aumentò di circa 1/3; a un livello di omozigosità presunta fino al 67% morì la metà dei cuccioli e quando si raggiunse un massimo del 78,5% ne morirono i 3/4.

Tutti gli animali hanno alcuni deleteri alleli recessivi ed alcuni di questi saranno omozigoti e quindi manifesti. Ma due individui non imparentati, non sono, verosimilmente, portatori degli stessi deleteri alleli sugli stessi geni. Così, quando si accoppiano due soggetti non imparentati, gli alleli deleteri recessivi di un genitore sono verosimilmente cancellati da un gene dominante dell’altro genitore. Questò è quello che c’è dietro al fenomeno del “vigor ibrido”: i discendenti di due genitori non imparentati sono altamente eterozigotici – cioè, essi hanno molteplici geni di tipo “Bb” dove “B” è un allele dominante che copre tutti gli effetti di un allele deleterio recessivo “b”.

(…omissis...)

L’uniformità è ovviamente desiderabile poiché significa discendenza con caratteristiche programmabili. Ma la diversità è un’intrinseca sorgente di vigore e di protezione contro non mascherabili e altamente deleteri tratti portati dagli alleli recessivi.

(…omissis...)

Un cane che vince una coccarda a un importante show, avrà un’enorme richiesta a procreare cucciolate a destra e a manca. E ogni qual volta ciò accade, la diversità genetica della nuova generazione si restringe drammaticamente.

In un allevamento di tipo “chiuso” (cioè in quelli in cui non si attua la diversità genetica), tali pratiche innescano un processo a senso unico. Seguendo la diversità, non si ha mai la decadenza. Non esiste un modo semplice per portare in dietro, in un gruppo “chiuso” di geni, quella “diversità persa”. Il fatto è che, non appena viene ridotta l’effettiva dimensione della diversità nella popolazione allevata, gli allevatori, che lo vogliano o meno, che lo sappiano o meno, si trovano nella condizione di allevare in consanguineità.

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(…omissis...)

Non c’è alcun ragionevole motivo per cui non si possa allevare in funzione simultanea dell’aspetto esteriore e del temperamento. Ciò però richiederebbe uno straordinario miglior equilibrio nel modo di allevare di quello che è stato seguito da molti allevatori fino ad oggi. Naturalmente, l’uomo risponde generalmente a motivazioni economiche e la logica dei concorsi di cani e del business di allevamento ha da un centinaio di anni favorito proprio quello che sta ora avvenendo. L’aspetto esteriore è la cosa più comoda da cambiare in un cane; è la cosa più semplice per distinguere un cane dall’altro. La gente vuole cani che vincono nelle manifestazioni poiché non è il cane che vince ma “è l’uomo che vince”. C’è anche un circolo vizioso in tutto ciò, per cui i clubs degli allevatori stabiliscono criteri altamente arbitrari per differenziare un campione da un non campione (grazie a Dio, il mio Bernese della montagna ha alcuni peli bianchi sulla punta della coda; se non li avesse, secondo i giudici inglesi sarebbe un esemplare inferiore!) e pertanto la stessa gente che imposta i criteri produce i cani in aderenza a questi criteri, cosicché essi possono vendere più cani avendo capito quali sono le caratteristiche che più piacciono ai compratori.

Lo sviluppo degli standard di razza alla fine del 19° secolo, è stato un esplicito tentativo di fornire ai giudici delle manifestazioni, dei criteri per l’assegnazione dei premi.

Razze popolari come il Collie, furono particolarmente sottoposte alla tendenza degli appassionati di “inventarsi sottili distinzioni fra animale e modelli artificiali e di misurarne le differenze”, secondo quanto ha testualmente scritto lo storico Harriet Rivto. Per esempio, intorno all’anno 1890, nacque la mania di lunghi e appuntiti nasi che, fino ad allora, non era stata caratteristica di razza.

Da un punto di vista scientifico, la consanguineità è semplicemente un mezzo da usare per ottenere un desiderato risultato; non è, cioè, in se stesso un fine. Ma la costituzione di popolazioni di razze “chiuse” e l’adozione di registri di razza, per propria natura ha portato a perseguire la consanguineità come un qualcosa legato a propri interessi.

(…omissis...)

E’ facile selezionare per l’aspetto poiché esso lo si vede: le caratteristiche estetiche sono lì e si vedono. Inoltre, molte caratteristiche fisiche sono ben correlate a specifici geni. Così, scegliendo di allevare da cani che hanno alcune caratteristiche fisiche desiderabili stiamo, di fatto, scegliendo cani con geni specifici che realmente hanno influenza su quelle caratteristiche: una buona caratteristica fisica significa che realmente dentro c’è un buon gene. Ma se si seleziona solo sulla base dell’aspetto esteriore, si approssima e basta; non si ottiene, cioè, una perfetta corrispondenza “uno-a-uno” fra ciò che i genetisti chiamano fenotipo (l’apparenza esterna) e ciò che chiamano genotipo (i geni che stanno dentro).

(…omissis...)

non c’è una plausibile ragione per cui gli allevatori non possano puntare a deliziosi cani che siano anche ben fatti e sani. Essi però, e prima di tutto, devono “voler” raggiungere questo obiettivo. Devono anche mettersi in testa che l’utilizzo di criteri selettivi per consanguineità, mentre da un lato costituisce un perfettamente valido strumento per fissare le virtù, è dall’altro lato un altrettanto valido strumento per fissare difetti occulti.  Gli allevatori di cani potrebbero prendere utilmente esempio dai moderni allevatori di razze bovine, suine ecc. che sono giudicati più dalle prestazioni che riescono a raggiungere che dai volubili dettami della moda. Questi allevatori hanno coniugato i benefici di determinati tratti ottenuti per consanguineità con la cancellazione degli inevitabili difetti presenti nelle razze pure raggiunta attraverso una selezione “per diversità”.  Un intelligente allevamento trasversale sarebbe anche un più efficace modo per raggiungere ciò ma, fino a quando ci saranno, come per l’AKC, i registri “chiusi” di razza, questa sarà una causa persa.
 

 

Stephen Budiansky

         Budiansky: uno scienziato, un editore della Natura, corrispondente per l’Atlantic Monthly, autore di 6 libri sul comportamento degli animali, incluso “Se un leone potesse parlare”, smentisce molte credenze sui cani: “molte delle convenzionali spiegazioni sulla provenienza dei cani, su come essi sono finiti nelle nostre case, sul perchè essi fanno quello che fanno”. A differenza del comportamentalista B. F. Skinner, egli è un fermo credente dell’influenza dei geni. Citando erudite fonti e usando un umorismo che gli permette di trasformare alcuni difficili concetti in un linguaggio accessibile, Budiansky spiega la selezione naturale e le basi genetiche dell’aspetto, del comportamento, delle interazioni sociali, delle abilità sensoriali (cioè, la vista, l’olfatto, l’udito). Egli si chiede se i cani sono capaci di amare (e se fedelmente) oppure se il loro comportamento è un preciso espediente. Le sue risposte soddisferanno gli amanti appassionati dei cani così come i seri scienziati.

The Library Journal

         Budiansky ...... forse è il migliore scrittore del comportamento degli animali.

American Scientist

 

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