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Specificità trascurate: il tegumento del CC e considerazioni di
varia natura (Parte seconda: la colorazione
del manto)
Il colore del manto
Un altro elemento che caratterizza il
tegumento di un cane è il colore del mantello1 . E’ risaputo quanto
in alcuni animali il colore sia estremamente importante per la
sopravvivenza o per la predazione poiché consente loro di
mimetizzarsi con l’ambiente. Per il Cane Corso, non esistendo
stringenti motivazioni di questo tipo2 , il colore del manto – al di
là di alcune credenze3 – ha sempre costituito un aspetto del tutto
secondario salvo il fatto che per alcuni utilizzi erano impiegati
soggetti che, a parità di “capacità ed efficacia lavorativa”,
presentavano una colorazione più mimeticamente favorevole allo scopo4
. Così, ad esempio, nella caccia al tasso - che era effettuata di
notte - si preferiva utilizzare soggetti di color “frumentino” (o “formentino”)
per distinguerli più facilmente nel buio, mentre per la guardia
erano preferiti (sempre a parità di attitudine) quelli con manto
scuro che, meglio degli altri, si mimetizzavano nel nero della
notte.
La colorazione del manto del Cane
Corso varia da una linea genetica all’altra; i manti unicolore
contemplano il nero5 , il fulvo (nelle tonalità: scuro, cervo,
chiaro), il grigio (nelle tonalità ardesia, piombo, chiaro), il
marrone, ed il formentino anche così chiaro da apparire quasi
bianco.
Fra i manti più tradizionali e arcaici
ci sono il “cenerino” (costituito da un mix di peli neri e bianchi),
il “mielato” (formato da una prevalenza di peli fulvi a cui sono
associati peli bianchi o gialli e il cui aspetto cromatico ricorda
il colore del miele) e un tipo di manto a due o tre componenti
costituito da un colore monocromatico di fondo, interrotto da
rigature più o meno vistose, larghe e sfumate chiamate, secondo la
loro caratteristica disposizione e direzione, “tigrature, serpature
o striature”6 .
Come testimonia l’iconografia storica
del Molosso Romano, da cui innegabilmente discende il nostro Cane, è
altrettanto arcaica anche la presenza in molti soggetti di macchie
bianche più o meno estese al muso, al petto ed ai piedi.
Per la tipicità di questa colorazione,
vogliamo ricordare sia Picciotto7 , che fu impiegato nel programma di
selezione per il recupero del Cane Corso, sia quanto risultò da
un’indagine effettuata dall’allevatore Paolo Paoletti un po’ prima
del 1990. Picciotto, accoppiatosi con Brina (figlia di Mirak e
Alioth) procreò Tipsi che, accoppiata a Dauno, dette vita a Basir:
il soggetto preso a riferimento dal dott. Morsiani per la stesura
dello standard.
Per quanto riguarda l’indagine di P.
Paoletti8 , essa fu condotta attraverso circa 160 interviste (nel
Salento, Murge, Capitanata, basso Molise, zone interne di Campobasso
e Benevento) e “il metodo, volutamente semplice, fu di
mostrare agli intervistati 5 foto cartolina con soggetti
notevolmente differenziati nella loro morfologia, chiedendo di
indicare il soggetto che a loro sembrava più tipico”. Il manto
del cane che ebbe il maggior numero di consensi (32%), presentava
estese macchie bianche al muso, ai piedi ed al petto (vedi foto del
cane del Guardiano di Lucera).
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Picciotto |
Cane del "Guardiano di Lucera" |
Nel Cane Corso, questa particolare
colorazione è una realtà antica testimoniata da un’iconografia che
contempla secoli e secoli di storia9 . Ciò vale anche, come ci dicono
il dott. Morsiani e il Prof. Mainardi, per il Cane Corso interamente
bianco10 .
Nel Suo commento allo standard11 ,
infatti, il dott. Morsiani afferma che “…è doveroso ricordare che
l’iconografia ha immortalato anche Cani Corso bianchi” dopo
aver precisato che “Allorquando, agli inizi degli anni ’80, si
iniziò l’opera di recupero del Cane Corso si decise di non
privilegiare nella selezione alcun colore, ma di prendere in
considerazione tutti i colori che la storiografia e la tradizione ci
avevano tramandato.”
Che fra “i colori che la
storiografia e la tradizione ci avevano tramandato” venisse
certamente compreso anche quello caratterizzato dal bianco esteso,
lo si evince (se proprio non vogliamo prenderci il disturbo di
ricorrere alle evidenze iconografiche e storiche, oppure anche se
non vogliamo prendere in considerazione l’indagine del Paoletti) dal
ruolo che fu fatto assumere a Picciotto nel programma di selezione
per il recupero del CC.
E allora? Perché oggigiorno il bianco
(o addirittura la sua presenza estesa) deve essere così vituperato
visto che un tempo era molto diffuso e visto che non porta a
conseguenze sulla salute? (il bianco, da solo, non implica
assolutamente l’albinismo)12 . L’ipotesi che il bianco (esteso o
totale) possa indicare meticciamenti, nel commento allo standard non
è neppure sfiorata (giustamente!)13 . Se così fosse, il dott. Morsiani
lo avrebbe detto, così come – parlando della maschera nei soggetti
fulvi – ha detto che se supera la linea degli occhi ciò è indizio di
immissione di sangue estraneo.
Per i colori del manto il Morsiani
conclude perentoriamente ritenendo che “in futuro la selezione debba
orientarsi sui quattro colori più tradizionali: nero, tigrato scuro,
cinericcio e frumentino” facendo discendere tale asserzione da una
Sua precedente precisazione: “…i manti che all’epoca ci si
presentarono erano essenzialmente quattro: nero, tigrato
scuro, cinericcio e frumentino”. Con tutto il rispetto che Gli
dobbiamo, a nostro parere sarebbe stato più corretto dire “…. I
manti che all’epoca mi presentarono ..”, (anziché “ci si”) volendo
con ciò sottolineare (e quanto stiamo per dire non vale solo per il
colore) che la Sua meritoria opera fu negativamente inficiata dal
fatto che il campione statistico che fu sottoposto al Suo esame era,
a nostro parere, poco (per non dire “per niente”) rappresentativo
dell’universo dei soggetti all’epoca presenti sul territorio.
Un censimento più capillare, infatti,
avrebbe richiesto sforzi ben più consistenti e tempi che non si
sarebbero conciliati con la decisione di addivenire in breve al
riconoscimento della razza. Fu, questa, una scelta di tipo politico
dettata a quel tempo da motivazioni anche comprensibili e da
un’ottimistica – e il più delle volte sincera – convinzione che il
cammino verso il miglioramento e il completamento del lavoro già
fatto sarebbe proseguito dopo il riconoscimento.
E’ amaro, oggi, constatare quanto ciò
sia stato disatteso e quanto di diverso dal cane che si doveva
recuperare, l’incompiuta opera abbia prodotto.
Ritornando al colore del manto,
abbiamo riletto gli atti del Convegno Nazionale di Civitella alla
ricerca di altri punti di vista. Ecco quanto esprime il dott. S.
Goldmann nella Sua “Valutazione morfofunzionale dei Cani Corso”: “A
mio avviso nel Cane Corso, anche in concomitanza con il divieto del
taglio delle orecchie, sarebbe opportuno limitare il colore del
mantello a quello tigrato e a quello fulvo di varie tonalità e a
quello nero con sottopelo per dare al Cane Corso con le
orecchie lunghe una ulteriore particolarità”. Per quanto
rispettabile, è un’opinione che non condividiamo in quanto si fonda
su un parere estetico personalissimo e non “sulla realtà” del nostro
Cane.
Siamo invece convinti che non esiste
nessun valido motivo (nessuno ha mai dato evidenze del contrario)
per cui non debbano essere considerati come propri del Cane Corso
tutti i colori che la storia e la tradizione ci hanno tramandato.
Questa era la strada intrapresa nella fase iniziale del recupero e
questa doveva essere la strada da continuare a seguire.
Nel Suo commento allo standard il
dott. Morsiani molto correttamente evidenzia come certe
caratteristiche siano essenziali “in una razza da lavoro come il
Cane Corso”. Ebbene, ai soggetti eccellenti nel lavoro, nella
morfologia e nel carattere ma con un colore che non rientra fra
quelli previsti dallo standard, oggi che fine facciamo fare? Li
escludiamo dalla riproduzione?14
Né possiamo nasconderci dietro a un
dito: per una razza dalle origini così remote, cuccioli di tale
colorazione nasceranno anche accoppiando fra loro soggetti neri,
tigrati, fulvi, ecc. . Chi alleva con competenza questo lo sa bene!
Pur senza averne completato la
trattazione (la riprenderemo) vogliamo per ora concludere
l’argomento richiamando lo standard inglese del genetista Willis
che, a proposito dell’Alsaziano, precisa che
“il colore non è di per se stesso
importante e non ha alcun effetto sul carattere o sull’idoneità al
lavoro e per questi motivi dovrebbe essere considerato secondario”
:
che lezione di saggio pragmatismo.
I colori
del Cane Corso: alcune colorazioni tradizionali
Clicca
qui
[1]
Rinviando alla
letteratura scientifica specializzata chi volesse cimentarsi con i
complessi meccanismi genetici che regolano la colorazione del
mantello, qui ci limitiamo a dire solo che il colore del pelo è
dovuto a un pigmento (la melanina) presente nella sua corteccia (la
“corteccia” è la parte intermedia fra la “cuticola” e il “midollo”).
In relazione al numero di colori che lo compone, il mantello può
essere “semplice” (unicolore) oppure “composto” (binario e
ternario).
[2]
Un tempo l’impiego del Cane Corso faceva sì che la scelta
nell’ambito di una cucciolata di quei soggetti che l’uomo intendeva
utilizzare a supporto delle proprie attività lavorative, non era
dettata da criteri meramente estetici ma era condizionata, se non
proprio imposta, dall’opera di Madre Natura. In assenza di
profilassi e di adeguata terapia, la difesa dalle malattie virali,
batteriche e parassitarie era affidata quasi esclusivamente alla
reazione naturale dell’organismo: solo “i più forti” sopravvivevano
(ma ciò, del resto accadeva anche per i “cuccioli d’uomo”) o
venivano fatti sopravvivere. Per tale motivo, il colore del manto
era quasi ininfluente e, anche se in una cucciolata erano presenti
tutte le colorazioni del Cane Corso (tigrato, fulvo, …… , tigrato
con macchia bianca al petto – estesa a volte anche lungo l’addome
– , alle zampe ed al muso), la scelta prediligeva solo quelli più
sani e più forti. E solo questi venivano allevati. I cani
continuavano ad essere valutati man mano che crescevano: se ne
individuavano le attitudini e le si indirizzavano al miglior
utilizzo, si mettevano alla prova nei vari ambiti di impiego, se ne
studiava e se ne modellava (quando ci si riusciva) il carattere.
La rispondenza
ottimale alle varie funzioni (guardia, difesa, caccia, lavoro, ecc.)
“promuoveva” il Cane Corso adulto a “compagno di lavoro” e lo
rendeva degno delle attenzioni della “famiglia umana”.
Diventava, così,
…. “Il Cane”. E se, messo all’opera, continuava a dimostrare le sue
capacità contribuendo al benessere (o, in alcuni casi, anche alla
sopravvivenza) del suo padrone, aveva il diritto a perpetuare il suo
carattere, il suo fisico, il suo manto e….. , non poche volte, anche
il suo nome.
Veniva, cioè,
utilizzato anche come stallone e nelle future cucciolate si sarebbe
cercato un soggetto che assomigliasse il più possibile al padre.
Ogni famiglia
aveva il suo Cane Corso e manteneva la sua linea di sangue
costituita da soggetti accomunati dallo stesso carattere, dalla
stessa struttura, dalla stessa morfologia e contraddistinti dalla
stessa colorazione del manto. Peraltro, ciò contribuì, forse
inconsapevolmente, ad evitare o a gestire la consanguineità.
Guardando un Corso, era abbastanza facile capire da quale famiglia
provenisse semplicemente perché ognuna di esse conservava la stessa
linea di sangue.
Oggi si direbbe
che ogni famiglia “aveva il suo affisso”.
Secondo
l’accezione che vuole ogni linea di sangue essere contraddistinta
dalle altre per unicità e per caratteristiche proprie e scarsamente
condivise, siamo del parere che molte di quelle oggi “pubblicizzate”
siano linee di sangue artificiose (e quindi false) in quanto
caratterizzate da forti parentele sia trasversali (cioè fra una
linea e l’altra) che a tutto campo.
[3]
Anticamente si prestava grande attenzione a ipotetiche correlazioni
fra alcune qualità caratteriali ed alcuni dettagli morfologici,
soprattutto il colore. Si pensava, ad esempio, che una “marca o
stella” o una “lista” più o meno larga e allungata sulla fronte,
fosse segno di vigore e di forza. Ciò riguardava tutti gli animali
e, in particolare, il cane ed il cavallo nei quali l’uomo ricercava
la massima funzionalità. Per tali scopi alcune razze come i levrieri
e i molossi erano riservate agli aristocratici che, peraltro,
avevano i mezzi per mantenere intere mute di cani.
[4]
Non si può dire la stessa cosa a proposito del Mastino Abruzzese il
cui manto bianco ha gli scopi essenzialmente funzionali che si
evincono da quanto segue.
Dicono i pastori (i veri utilizzatori
pratici) che “il cane da pecore”, cioè il Mastino Abruzzese - il
migliore cane per la loro custodia che si conosca -, deve nascere
nella “rete”, cioè in quel tipo di recinzione che serve a tenere
unite le pecore nella notte oppure durante la transumanza. I
cuccioli di Mastino, aprendo per la prima volta gli occhi in mezzo
al gregge, oltre alla loro mamma vedono le pecore. Ciò determina un
legame fortissimo fra entrambi che è “ampliato” dalla stessa
colorazione del manto. Molto prima di Lui, i pastori avevano notato
empiricamente gli effetti pratici di ciò che il grande K. Lorenz ha
poi scientificamente codificato con “l’imprinting”.
In nessun caso il cane adulto
attaccherà le pecore alle quali sarà sempre affezionato in modo
quasi morboso e che sempre difenderà dagli attacchi dei predatori
fra i quali il più frequente è il lupo che solitamente razzia
all’imbrunire o di notte. Al pastore che accorre a dar man forte ai
mastini è facile distinguere il lupo il cui colore ben si
differenzia dal bianco delle pecore e degli Abruzzesi.
[5]
Va fatto presente che un tempo il manto nero presentava macchie
bianche alle zampe, al petto, al muso, sulla fronte (lista). Il
soggetto completamente nero era rarissimo.
[1]
[7]Soggetto
di Armando Gentile di San Paolo Civitate
[8]
“Ricerche sul Cane Corso e della sua immagine” di Paolo Paoletti -
Atti del 1° Convegno Nazionale Civitella Alfedena, 16/17 giugno 1990
: “Il Cane Corso, caratteristiche e contributi per la definizione
dello standard” (Ediz. L’Orsa)
[9]
Tantissimi anni di allevamento non hanno eliminato dal patrimonio
genetico del Molosso Romano questo colore che troviamo anche nel
Mastino Napoletano. Nel dubbio, basta procurarsi le foto dei Mastini
Napoletani degli anni ’50 - ’70 che presentano molto bianco.
Inoltre, e solo come un esempio, nel libro di Felice Cesarino “Il
Mastino”, a pag. 21 si può osservare Guaglione 1° di Ciro Magno:
soggetto completamente bianco.

Esposizione Internazionale Canina -
Roma, 19/20 maggio 1956
Gruppo di mastini napoletani
dell’allevamento di Grottaferrata
nel
giardino di Villa Borghese.
Da
destra: Perla (campione italiano 1959) con l’allevatore e
proprietario Marcello Pascali, Tiberio (campione italiano 1958) con
l’allevatore e proprietario Renato Soardo, Clodia (di cui si
intravede solo in parte il muso), Messalina e Caligola (allevatore
Renato Soardo) e il conduttore L. Trequattrini

Guaglione 1°, di Ciro Magno
Per il Cane Corso, cuccioli bianchi
nascono anche accoppiando tra loro soggetti neri e tigrati, e questo
è ben noto a chi alleva con competenza.
[10]
“…in
passato era anche, non infrequentemente bianco”
(Prof. D. Mainardi; L’Espresso del 21 ottobre 1984). Noi aggiungiamo
che i cani di questo colore erano preferiti dai pastori.
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Soggetto del Sign. Corrao |
Soggetto Contado del Molise; genitori tigrati |
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Soggetto del Sign.
Massimiliano (Lecce) |
Cuon: padre tigrato; madre grigia |
[11] “Commento
allo Standard de il Cane Corso di Antonio Morsiani e Stefano
Gandolfi”; da: Il Cane Corso, Mursia editore.
[12]
A volte purtroppo,
per ignoranza o per interesse o addirittura per mania, si decreta di
eliminare in una razza canina un colore tipico. Il caso forse più
eclatante lo si riscontra - guarda caso! - nel Boxer: sorge il
dubbio che alcuni pseudoallevatori del CC, dopo averlo usato in
riproduzione, ora intendano scopiazzare anche ciò che sul Boxer è
stato scritto o è stato fatto!
Agli albori della
razza, molti Boxer erano tigrati ed avevano diverse chiazze bianche.
Altri erano interamente bianchi, alcuni addirittura neri. C’erano,
inoltre, i “pezzati”; se però il bianco era esteso per più dei 2/3
dell’intera superficie del corpo, il cane era considerato bianco.
Dall’accoppiamento
fra Blanka von Angertor dal manto completamente bianco (sorella di
Flocki, primo esemplare di Boxer iscritto nel libro delle Origini) e
Piccolo von Angertor (anche lui completamente bianco), nacque Meta
von der Passage - prevalentemente bianca - che è considerata la
vera progenitrice della razza. Nel 1925, il Boxer Club Tedesco
escluse gli esemplari con manto bianco e con manto nero; nel 1938
furono esclusi anche i boxer pezzati. Non possiamo non chiederci del
perché siano stati esclusi - e destinati ad una sorte infausta -
quando proprio i capostipiti della razza avevano avuto tale
colorazione !
La strada scelta
fu, a nostro parere, contro natura, tanto è vero che anni e anni di
allevamento non hanno eliminato dal patrimonio genetico del boxer il
manto bianco.
E se si vedono in giro pochi boxer di
tale colore, viene da chiedersi “quanto di poco attendibile” ci sia
nelle “voci” secondo cui, in nome di falsi pretesti – sordità,
cecità, malattie, tare ereditarie ecc. – , si sopprimono alla
nascita i cuccioli bianchi!
Inoltre, per sfatare la diceria
secondo cui “bianco porta necessariamente bianco” riportiamo solo
due esperienze in allevamento:
-
- in tre cucciolate
partorite da una femmina bianca, c’erano venti cuccioli tigrati;
- -
su ventotto boxer di
quattro cucciolate di due femmine bianche, non un solo cucciolo
bianco era presente.
In conclusione a questa nota è bene
far notare ancora una volta (lo abbiamo già detto, scritto,
dimostrato e non ci stancheremo mai di ridirlo, riscriverlo e
ridimostrarlo) quanto personaggi molto più eminenti di noi, quali
Piero Scanziani, il Prof. E. Tecce (professore di Zootecnia nella
Regia Scuola Veterinaria di Milano), e tanti altri, hanno sempre
sostenuto. E cioè che in ogni razza canina la cura primaria deve
riguardare l’intero complesso morfologico-anatomico-funzionale, il
carattere e la funzione. E’ proprio così: è la funzione che fa il
tipo.
“spesso gli allevatori dimenticano
che il cane è un amico e che le sue grandi virtù non stanno nel
corpo quanto nell’animo”

Il primo Boxer Club

[13] Fra le
motivazioni a sostegno di un indirizzo selettivo mirato
all’eliminazione del bianco troppo esteso, va menzionata quella
secondo cui nel Cane Corso tale colore derivi da incroci,
occasionali o meno, con il Mastino Abruzzese avvenuti in
transumanza. Che ciò sia avvenuto è fuor di dubbio, tanto è vero che
il cane che ne risultava veniva chiamato “Mezzocorso”. Era però ben
distinguibile dal Corso verace differenziandosene sia per il
carattere sia per la morfologia. In particolare, come ci dice anche
il dott. Breber, “si tradiva nel pelo troppo lungo ed erto” (Breber;
Cani da Presa febbraio 1997: “Cane Corso puro, inquinato, meticcio,
vero, falso”.
Certamente, sebbene si evitasse di
usare i Mezzocorso in riproduzione, accoppiamenti fuori controllo
possono aver lasciato traccia in alcuni cani. Ma…. a che epoca
possiamo far risalire l’origine di questo fenomeno? Entrambi i cani
(CC e MA) hanno origini talmente remote che stabilire da quando i
“veri” (ma quali??) colori del Corso siano stati inquinati dal
bianco dell’Abruzzese (cioè da quando tale colore è entrato a far
parte del patrimonio genetico del CC) è impresa ardua. Se guardiamo
alla storiografia ed alla iconografia potremmo azzardare: dal ‘700?,
dal ‘500? dal 300 D.C., da prima? ….Mah!
Qualcuno potrebbe controbattere: “OK;
ma per togliere ogni dubbio, eliminando dalla riproduzione questi
soggetti arriveremmo nel tempo a “schiumare” totalmente”.
A parte il fatto che il colore
potrebbe essere (ammesso e non concesso che lo sia in modo certo)
solo uno dei tanti indicatori di un tale meticciamento (chi ci
dice, cioè, che un soggetto senza bianco esteso non abbia anch’esso
avuto origine da ciò?), potremmo provocatoriamente (ma non troppo)
rispondere: “e come farete per la quasi totalità dei cani attuali
che presentate in expo o nei raduni, evidenti discendenti di Boxer,
Mastiff e con … chi più ne ha più ne metta? Come intendete
procedere? Non potete certo evitare di farli accoppiare fra loro,
sia perché qualcuno è pluridecorato ed i suoi cuccioli vi
frutterebbero bene, sia perché a “Vostro” parere non esistono più
cani DOC, sia perché non potreste fare altrimenti. Potreste …. solo
gestire il problema, magari non facendoli più accoppiare con Boxer,
Mastiff e con … chi più ne ha più ne metta. Se ci riuscite, potrebbe
essere un’idea!
E allora, se proprio Vi è così
difficile toglierVi dalla testa la Vostra personale
convinzione su tali origini del bianco, perché non fate allo stesso
modo per il Corso con il bianco esteso? Evitate semplicemente che si
accoppi ancora con il Mastino Abruzzese (oppure con il Mezzocorso,
se riuscite a trovarlo) …. fino a “completa schiumatura”.
Elementare!
E poi, …. Perché non vi chiedete anche
da quali meticciamenti remoti o recenti potrebbero derivare “gli
altri colori ammessi dallo standard”?
Continuiamo con le provocazioni,
scusandoci con i lettore e sperando che ci perdoni.
Allo stesso modo di quanto presumete
per il bianco, chi vi dice che il nero uniforme, così raro nel Cane
Corso tradizionale, non sia stato originato da incroci con cani di
una qualsivoglia razza dal tipico manto nero? Che vogliamo fare?
Eliminiamo anche il nero? Assurdo!
E allora, se non siamo in grado di
dimostrarle, lasciamo stare le ipotesi ed evitiamo di portarle a
strumentale giustificazione di un personalissimo gusto estetico che,
pur essendo rispettabile, non può avere valenza universale e
zootecnica.

Mezzocorso
[14]
Un’altra provocazione: …ma come! L’utilizzo di Picciotto, “lo
stupendo cane del pastore di S. Paolo Civitate” (così lo ha
definito l’allora presidente della SACC) ci ha portato … al “modello
Basir” ….!!!
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