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La caccia
“Per
necessità o per passione, l’uomo ha sempre cacciato. Lo sviluppo
della sua intelligenza
è
stato per millenni intimamente legato a quello della caccia.”
(Pierre-Luis
Duchartre – Fondatore del Museo della Caccia di Gien)
Nata come lotta
per la sopravvivenza, nel tempo è evoluta in una forma di
soddisfazione ad ancestrali ma non sopiti istinti predatori, in un
esercizio virile, in un addestramento psico-fisico che si sarebbe
rivelato utile anche per la guerra (come il leone, la tigre, l’orso,
il cinghiale, il cervo, …., anche i nemici avrebbero fatto uso di
ogni tecnica e strategia di difesa o di offesa), in un privilegio
riservato ai potenti, in una forma di competizione (se fedele all’
“Ars Venandi” ed attuata con “lealtà venatoria” e rispetto della
natura) fra intelligenza e istinto.
La caccia è nata con l’uomo: per non essere sopraffatti, per
nutrirsi, per conquistarsi un riparo, per coprirsi, per proteggere i
propri armenti, ………. …..
“e così, per la
prima volta si stabilisce l’ordine in cui l’uomo e il cane seguono
la selvaggina: prima il cane, poi il cacciatore. Quando i cani
puntano una grossa preda il meccanismo psicologico dominante deve
essere il seguente: l’animale inseguito, cervo, orso, verro che
fugge davanti all’uomo, ma che sarebbe indubbiamente disposto a dar
battaglia al solo cane, nell’ira che prova vedendosi avvicinare da
quel piccolo e sfacciato avversario, dimentica l’altro e ben più
pericoloso inseguitore.” (K. Lorenz).

Ritorno da
una caccia all’orso (Fernand Cormon ; 1845-1824)
In Italia la
caccia ha sempre riguardato la selvaggina da penna e da pelliccia,
gli animali nocivi e quelli “da carne” (cinghiale, cervo, daino,
capriolo,..). Inizialmente, le qualità dei cani si limitavano
all’olfatto, alla velocità ed alla forza; si trattava, pertanto, di
cani da “seguito”; dopo, attraverso opportuni incroci, sono stati
ottenuti i cani da “cerca” poi abituati alla “ferma”.
Per secoli il Cane
Corso è stato impiegato come cane da caccia: i cacciatori lo
chiamavano anche “Dogo” e sin da cucciolo lo sottoponevano a un
accurato addestramento che non privilegiava specializzazioni
particolari. Il Dogo doveva essere “generico” per eccellenza, vale a
dire bravo in tutte le specializzazioni della caccia: il miglior
cane era quello più plurivalente; si richiedeva loro (e la selezione
perseguiva questi obiettivi) semplicemente …. notevole forza
mandibolare, agilità, destrezza, coraggio ed ostinata aggressività.
Una delle attività
venatorie più emozionanti (perché richiedeva doti di grande coraggio
e di agonismo) era costituita dalla caccia all’orso bruno, fiera
fortissima e feroce, capace anche di muoversi con agilità. I Molossi
erano indispensabili per fiutarlo, inseguirlo e tenerlo a bada fino
all’arrivo dei cacciatori.


Cani Corso e
Mastini Abruzzesi nel ‘700
Maiolica di
Candeloro Cappelletti: caccia all’orso nelle selve abruzzesi
I grandi
proprietari terrieri impiegavano spesso il Corso ed il levriero (o
un incrocio fra i due) nelle cacce a cavallo contro il lupo. Nelle
vaste “tenute” dei Signori del tempo non erano rare le incursioni di
questo temibile predatore specie nei recinti dove erano custoditi
gli animali; per ridurre tali evenienze, venivano pertanto
organizzate battute di caccia.

La caccia al lupo
guastata dai mastini – G. Decamps (1803-1860)
Museo del Louvre
La caccia al cinghiale
Un mosaico della
“Villa romana del Casale” (III sec, d.C.) di Piazza Armerina ci
presenta con un realismo impressionante l’epilogo di una caccia a un
cinghiale che, pur ferito, tenta l’ultima difesa. Un cacciatore lo
infilza con la lancia, un altro giace ferito, un terzo mostra segni
di paura ed un altro è in atto di lanciare contro la fiera una
grossa pietra. Due cani completano il gruppo: uno, dalle snelle
forme del veltro, azzanna al fianco il cinghiale e l’altro,
chiaramente un molossoide, mostra i denti e affronta il cinghiale.
Ha le orecchie tagliate, l’occhio vigile, la corporatura atletica,
robusta, muscolosa, asciutta e scattante: il suo aspetto è molto
simile a quello del Cane Corso.

Per molti
cacciatori la vera e unica caccia era (e lo è anche oggi) quella al
cinghiale. Un tempo era praticata principalmente da Signori
blasonati, da ricchi proprietari terrieri e da cacciatori
professionisti; trascuravano ogni interesse e cacciavano con
entusiasmo anche per più giorni.
Fondamentalmente,
venivano seguite due tecniche (peraltro usate anche oggi):
“all’aspetto”, che consisteva nell’aspettare la preda quando
all’imbrunire, dopo aver riposato durante il giorno, usciva al
pascolo, oppure “a battuta”. A questo tipo di caccia, che si
svolgeva da novembre a tutto gennaio, prendeva parte attiva una muta
di cani composta da segugi (per individuar le tracce), levrieri (per
l’inseguimento), incroci di piccola taglia ma di particolare
aggressività (per portare il cinghiale allo scoperto della
vegetazione) e molossi leggeri. La muta doveva essere affiatata ed
ogni soggetto conosceva per istinto i propri compiti, i limiti
dell’attacco e quelli della difesa che gli consentivano di evitare
ferite mortali alle quali, talvolta, andavano incontro i più
giovani, spinti da inarrestabile furore.
I Molossi
entravano in azione una volta che il cinghiale era stato costretto
ad abbandonare la macchia ed avevano il compito di bloccarlo fino
all’arrivo dei cacciatori che lo finivano con il fucile o con “lo
spiedo”. I cani adibiti a questo compito dovevano essere dotati,
pertanto, di notevole forza mandibolare, agilità e destrezza,
coraggio ed aggressività: tutte doti possedute dal Cane Corso. La
lotta era cruenta: il cinghiale, specie se ferito e senza via di
scampo, attacca con impressionante furia (i cacciatori ogni anno
perdono diversi cani, “aperti” da una zannata) e l’abilità dei Corso
consisteva nell’azzannarlo repentinamente all’orecchio e alla
coscia, impedendogli così la fuga.
La naturale e
istintiva potenzialità dei Corso a questo lavoro, veniva tradotta in
prestazioni da un opportuno addestramento: gli adulti venivano
aizzati contro il verro mentre i cuccioloni, legati, ne osservavano
la tattica di attacco. Immobilizzato il verro, si liberavano i
cuccioloni e li si aizzavano con foga e rassicurante energia per
inculcar loro speditezza e decisione; venivano così abituati a
schivare le brusche reazioni della preda e ad attaccare nel momento
più favorevole. Un altro efficace esercizio consisteva nel portare i
cuccioloni nella macchia dove veniva lanciato d’improvviso un
cinghialetto imbalsamato che i cani scovavano ed azzannavano
sfogandosi.
Il ritorno al
selvatico di suini dispersi e l’accoppiamento con i cinghiali del
bosco, favoriva la formazione di piccole tribù di ibridi per i quali
la tecnica di caccia si differenziava da quella al cinghiale.
“Cinghialetto” era chiamata la preda di sei mesi; “porcastro”,
l’animale oltre i sei mesi e “maiale inselvatichito”, l’adulto. La
caccia a questi animali era praticata con l’assistenza di due Corso,
era meno rischiosa di quella al cinghiale e la scoperta delle tracce
era più facile. Si concludeva in modo rapido e insidioso: uno dei
cani bloccava il cinghialetto o il porcastro e l’altro lo finiva
prendendolo per la gola. La situazione cambiava alquanto nel
fronteggiare il verro inselvatichito che, per mole e forza,
sottoponeva i cani a maggior rischio.
Particolari
di un dipinto di F. Halkert (1737-1807) raffigurante una battuta di
caccia al cinghiale con Cani Corso e Levrieri, organizzata da
Ferdinando IV nella tenuta di Cassano (Pinacoteca di Capodimonte)
Prima della
battuta si usava somministrare ai Corso una leggera razione di latte
o di siero unitamente al cruschello o alla pula di avena, oppure
allo sfarinato di granturco, di sorgo o di orzo, affinchè non
mancasse il contributo di zuccheri. Si otteneva così un ottimo
rendimento poiché i carboidrati con la loro azione consentono una
maggiore rapidità ed un minor consumo di ossigeno (a parità di
energia sviluppata, il lavoro cardio-respiratorio diminuisce). Al
rientro dalla caccia, invece, ai cani si serviva un pappone composto
da carne, pane secco, sangue e ossa a cui si aggiungeva “una noce”
di lardo per “ripristinare” nell’organismo l’energia spesa.
Insieme al Cane
Corso, spesso i cacciatori-allevatori utilizzavano ibridi ancor più
efficaci e di maggior resa. Si trattava di “stravieri” (Levriero X
Cane Corso), di “Mezzosangue” (Maschio di Cane Corso X Femmina di
segugio) e di “Mezzocorso” (Maschio di Cane Corso X Femmina di
Mastino Abruzzese). Questi interventi offrivano una formidabile
sintesi fra le qualità del Cane Corso e quelle “più specializzate”
degli altri cani. Lo “Straviere” univa la velocità alla forza, il
“Mezzosangue” acquisiva spiccate attitudini alla ricerca ed alla
tenacia, il “Mezzocorso” era più polivalente in quanto migliorava
anche le doti di guardiano, di bovaro, di pastore e di difensore. A
questi cani, dal manto spesso pezzato di nero, a volte venivano
tagliate le orecchie mentre la bella coda, folta ed espressiva,
veniva lasciata integra. Alcuni fanno derivare dal Mezzocorso il
cane da pastore abruzzese “verace”.
Mezzocorso :
“Anita e Garibaldi”

La caccia al tasso
La caccia al
tasso, oggi vietata, è di antiche origini e nel meridione la si
praticava nelle ore notturne, in modo singolare e con l’aiuto del
Cane Corso.
Il tasso è un
plantigrado delle dimensioni di un cane, ha il pelame bigio-bruno e
nero ed è facilmente riconoscibile dalla caratteristica striscia
bianca che dalla fronte si estende fino al naso. Dopo aver trascorso
la sua giornata in pigrizia e nel sonno, la notte va in cerca di
facili prede nei dintorni delle fonti di acqua. La sua carne è
appetitosa e un tempo il grasso della pelle, una volta fuso, era
impiegato nella preparazione di un unguento a cui la medicina
popolare attribuiva grandi proprietà antireumatiche. I peli erano
invece utilizzati sia per guarnire i finimenti, le selle e i basti
degli animali da soma ed il collare del cane, e sia come
“portafortuna” (appesi al traino ed al portone di casa): si riteneva
che avessero un potere “magico contro la iettatura” anche se, in
realtà, i peli del tasso fungono in qualche modo da deterrente
contro mosche e zanzare.
Per cacciarlo,
l’aiuto del Cane Corso era essenziale: il Corso in questo compito si
dimostrava un cacciatore a tutta prova, potendo agire anche da solo
ed uccidendo direttamente il tasso. Braccata silenziosamente la
preda e scovatala, l’attaccava di fronte, colpendola con il suo
petto largo e poderoso e facendola pertanto rotolare; quindi,
fulmineamente, la finiva azzannandola al collo con un morso rapido e
preciso. Era, questa, la tattica vincente per evitare le pericolose
unghiate del tasso.
I
cacciatori più esigenti impiegavano un’accoppiata decisamente
efficace: segugi-mezzosangue e Cane Corso. I segugi, capaci di
seguire la preda lungo ogni tipo di terreno – dal piano al monte,
dalla campagna al bosco, dalla palude alla macchia – , si
dimostravano eccellenti cacciatori notturni: favoriti dal loro fiuto
infallibile, captavano le emanazioni lasciate dal selvatico sul
terreno e le seguivano, senza abbaiare, fino a raggiungerlo. A
sorpresa, e con rara abilità, circondavano la preda senza più darle
scampo. Il tasso, in assedio chiuso e senza speranza, diventava
molto pericoloso ed opponeva una tenace difesa impiegando tutta la
potenza delle sue zampe armate di unghie lunghe, solide e taglienti.
Fuori dalla sua portata, i segugi si destreggiavano intorno al tasso
con abilità e maestria impedendogli di rompere l’assedio fino a che
il Cane Corso, sopraggiunto insieme al cacciatore, non concludeva
l’opera con la sua rapida tecnica. Al cacciatore non restava allora
che raccogliere la preda, servirsi della sua carne e vendere la
pelliccia per gli usi detti prima.
Agevolati dal tipo
di lavoro che esercitavano per la sorveglianza delle colture e dei
raccolti, le guardie campestri erano appassionati cultori di questa
caccia. Le lunghe ore di ronda notturna offrivano loro l’opportunità
di unire all’utile il dilettevole e di includere, negli spostamenti
da una tenuta all’altra, una visita alle zone frequentate dal
plantigrado. Il Cane Corso era il compagno di quelle notti
solitarie, la guardia del corpo, l’infallibile cacciatore, l’unico
interlocutore ai suoi soliloqui.
Nella caccia al
tasso venivano privilegiati i Corso dal mantello “frumentino”
(oppure “formentino”): una tonalità di fulvo molto molto chiara,
così chiamata perché simile alla colorazione del frumento. Il motivo
fondamentale consisteva nel fatto che il colore doveva distaccarsi
nettamente da quello del tasso poiché, qualora malauguratamente il
cane avesse fallito nell’assalto finale - solamente immobilizzando
la preda - , il cacciatore avrebbe finito l’opera con un bastone
(si evitava l’uso del fucile per non rovinare la pelle del tasso):
nel buio della notte, il ben distino colore gli avrebbe evitato di
colpire accidentalmente il Corso.


Alfonso
Comer con Bruno, il suo formidabile Corso, dopo una battuta al
tasso.
La caccia all’istrice
Nelle zone dove
boschi e fauna mediterranea sopravvivono all’inquinamento
dell’ambiente, vive tuttora una fauna tipica tra i cui ospiti figura
l’istrice da sempre ricercato per la squisitezza delle carni e per
l’uso dei suoi caratteristici aculei nella confezione di monili e
oggetti artigianali.
In Italia è
presente prevalentemente lungo il versante tirrenico e al
centro-sud; fino a pochi anni fa era considerato nocivo per alcune
coltivazioni agricole e veniva cacciato in qualsiasi stagione. Nella
Maremma tosco-laziale, nell’agro pontino e in Sicilia esistevano
veri specialisti della caccia – oggi vietata – a questo roditore
che nel dialetto è chiamato “spinosa”. La protezione della legge e
l’abbandono delle campagne favoriscono oggi una ripresa numerica di
questa specie ormai non più in estinzione.
Con un’altezza al
garrese di 20-25 cm. e del peso di 15-20 Kg., dopo il castoro è il
più grande roditore d’Europa. E’ un animale prevalentemente notturno
e trascorre le ore del giorno riposando in tane costituite da cavità
di discrete dimensioni e di agevole entrata, scavate grazie alle
unghie delle zampe anteriori, oppure da cavità naturali. Ama vivere
in tranquilla solitudine, inizia la sua attività al tramonto e,
all’occorrenza, sa difendersi con vigore attuando una tattica attiva
e passiva: emette soffi e grugniti, s’inarca e si irrigidisce
presentando all’avversario la punta acuminata dei suoi aculei che
possono raggiungere anche i 30-40 cm. di lunghezza (è solo una
credenza che, per difesa, lanci i suoi aculei come frecce). Si muove
nella vegetazione tracciando lungo il percorso piccoli sentieri che,
specie nei periodi della muta, cosparge di qualche aculeo che ne
rivela la presenza.
In Sicilia – dove
è presente principalmente alle falde dell’Etna, sul promontorio di
S. Vito Lo Capo, nei boschi della Ficuzza, di Santo Pietro e di Gran
Michele – si usava cacciarlo con l’ausilio di “u cursicieddu”,
denominazione locale del Cane Corso. Non ci tragga in inganno, però,
l’affettuoso vezzeggiativo perché, in ogni caso, si trattava di
soggetti con un’altezza al garrese di una sessantina di cm. e con un
peso intorno ai 50 Kg.; caratteristiche queste che, unitamente ad
una forte tempra, eccezionale potenza e foga nell’attacco, li
rendevano idonei a questo particolare tipo di caccia. La coda veniva
loro amputata all’ottava vertebra.
Accertata la
presenza dell’istrice nella tana, “u cursiceddu” veniva aizzato e
sollecitato ad entrarvi. Per contentare il padrone, il Corso vi
entrava con l’impeto della sua natura forte e generosa, afferrava la
preda incurante dei suoi aculei e la tratteneva. Il cacciatore,
impugnato il moncone della coda, lo tirava fuori insieme con
l’istrice ormai stretto in una morsa. Il taglio della coda
all’ottava vertebra era quindi suggerito dall’esigenza di offrire al
cacciatore un maggior appiglio per la manovra. Spesso, però,
l’impeto del cane, la sua resistenza al dolore e la forza della sua
presa erano cagione di gravi ferite agli occhi che, degenerando,
finivano anche col procurare la cecità.

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