A Sardinian historical heritage

called “Mastino fonnese”

 Taken from the newspaper “L’unione Sarda” ; 17th settembre 2005

Only Italian version (coming soon the English version)

(look the pictures at the foot of the page)

   

Il Mastino Fonnese cantato da Sebastiano Satta lotta per difendere la propria identità che risale ai tempi dell’antica Roma. La Sardegna dovrebbe andare orgogliosa di possedere i discendenti dell’antico canis pugnax romano, che è stato progenitore di tutti i molossi europei, dal Rottweiler al Cane di San Bernardo, al Cane Corso, ancora allevato  in purezza da alcuni coraggiosi cinofili del profondo sud d’Italia. Che il Mastino (noto anche come pastore) Fonnese sopravviva al tempo non è detto. Di un’altra antica razza, il Dogo Sardesco, si sono perse le tracce. Un po’ perché c’è chi ritiene si tratti dello stesso cane fonnese, un po’ perché nessuno è andato a  scovarne le linee di sangue, preservandole e tramandandole. Non si capisce perché si cerchi di risvegliare (giustamente) la coscienza ambientalista quando alcune specie di uccelli sono a rischio di estinzione e, invece, si  faccia passare sotto silenzio il declino di una razza canina, da dove viene il più antico e fedele compagno dell’uomo. La Sardegna dovrebbe essere orgogliosa di possedere una delle poche razze italiane e dovrebbe battersi per il riconoscimento da parte della cinofilia ufficiale. Il Mastino Fonnese dovrebbe stare di diritto accanto al Cane Corso, al Volpino Italiano, al Cirneco dell’Etna, al Lagotto Romagnolo e così via. Non che il riconoscimento dell’ENCI (Ente Nazionale della Cinofilia Italiana) abbia la sacralità di un dogma, ma sarebbe un passo importante per dare dignità a un cane che è stato cantato da Sebastiano Satta e che ha combattuto in Libia nel 1912, durante la guerra italo-turca, quale feroce ausiliario dell’esercito italiano.

Il Mastino Fonnese proviene direttamente dal molosso romano, di cui il Cane Corso è il discendente diretto. I soldati del console Marco Pomponio Matone, spedito in Sardegna dal Senato romano nel 231 a.C. per domare i sardi “pelliti”, si portarono dietro questi magnifici animali che, accoppiatisi con i cani autoctoni della Barbagia, diedero vita al Mastino Fonnese. Stiamo parlando di una razza che ha duemilatrent’anni. La sua sopravvivenza è affidata a un gruppo di volenterosi allevatori di Fonni e alla passione di un paio di cinofili che si segnalano per due caratteristiche: sono invisi dalla cinofilia ufficiale per la loro idiosincrasia agli standard (le misure e le caratteristiche stabilite per definire una razza) e sono totalmente disinteressati. Allevano per pura passione e non per fare commercio di cuccioli.

Uno di questi è un sardo, si chiama Sergio Contini, vive e lavora a Macomer come assistente di sostegno ai ragazzi disabili. Come ausiliari utilizza i “fonnesi” per una pet terapy di marca sarda.

«Si dovrebbe avviare una  profonda opera di recupero e ricostruzione della razza», dice Contini. «Purtroppo, gli esemplari attuali sono stati spesso incrociati con i Bobtail, i  Pastori Bergamaschi e persino gli Schnauzer».

Il risultato dei meticciamenti ha prodotto la dispersione dell’antico patrimonio genetico del cane. Ma anche chi è ricorso agli incroci fra consanguinei ha prodotti guasti: molti “fonnesi” si presentano con mantello troppo lungo e lanoso, hanno problemi di displasia dell’anca (una malformazione osseo-articolare che in forma grave è pesantemente invalidante), di cifosi, sono caratterizzati da enognatismo (la mandibola inferiore è più corta della mascella) e groppa sfuggente. «E la funzionalità?», si chiede Contini, per il quale il cane da lavoro, qual è il “fonnese”, deve avere caratteristiche adatte per fare il guardiano delle greggi, il difensore della casa e del padrone che è insito nel suo DNA. Un cane è bello se è funzionale, non se risponde alle misure imposte a tavolino dagli esperti dello standard. Questo assunto è il vangelo di Flavio Bruno, medico veterinario di Santa Croce di Magliano, provincia di Campobasso, che può essere considerato tra i massimi esperti italiani di molossi e di Cane Corso  in particolare. Da mille chilometri di distanza, Flavio Bruno rivolge un appello «a chi possiede ancora il Dogo Sardesco delle antiche linee di sangue. È un cane differente dal “fonnese” che va preservato prima che sia troppo tardi. Sono sicuro che qualche anziano pastore sardo ne possiede qualcuno. Se è così, si faccia avanti».

Flavio Bruno recupera esemplari veri di Cane Corso, andandoli a cercare nelle campagne pugliesi, molisane, campane e del Sud in generale, facendo del suo centro (“Il Contado del Molise – Centro per la Selezione Funzionale del Cane Corso Tradizionale”) una  trincea per la difesa di questa razza, in pericolo perché diventata di moda. Allevatori senza scrupoli non esitano a ricorrere a incroci con boxer, alani e altre razze, per trasformare un rude cane da lavoro in un oggetto da salotto. «È il rischio che corre anche il Mastino Fonnese», dice Bruno.

A Fonni sono più ottimisti. L’Associazione per la valorizzazione del Cane Fonnese è orgogliosa di aver individuato una serie di soggetti omogenei ma si è dovuta arrendere di fronte all’indifferenza dell’ENCI: «Il processo per il riconoscimento della razza si  è fermato», è costretto a  ammettere Salvatore Nolis. Tra l’altro, il “fonnese”, ormai, più che come cane da pastore, è utilizzato per la guardia, a “Tha’bbigiu”, come si dice in dialetto, cioè legato alla catena, in modo che il cane aumenti la diffidenza verso gli estranei.

Il Mastino Fonnese è un prezioso dono che arriva dal passato, un cane che ha accompagnato nei momenti di solitudine i pastori sardi, che ha affiancato i militi della Brigata Sassari durante la guerra del 1915-‘18, che ha difeso con coraggio e lealtà il suo padrone. Noi, però, non riusciamo a restituirgli la cortesia e sembra che non siamo capaci di ricambiare la sua fedeltà mostrata nei secoli dei secoli. Perciò questa eredità storica vivente rischia di andare perduta come lacrime nella pioggia.

Ivan Paone

 

Cani della Sardegna

Dogo Sardesco / Canis pertiatzus

[1] - "Trinu" di Urzulei

[1] - dal libro Canis Gherradoris di Roberto Balia

Immagine pubblicate con la cortese autorizzazione dell'Autore

© Copyright Prima Tipografia Mogorese Editrice

 

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Cane di Fonni / Pastore Fonnese

“La ferocia, l'olfatto e l'udito finissimo, furono le caratteristiche che spinsero il comando militare italiano all'impiego del cane fonnese nella "Campagna d'Africa", con lo scopo di prevenire gli attacchi dei ribelli Senusi che tentavano di penetrare le nostre linee. Venne inviato il sergente Antonio Coinu, nativo di Fonni, il quale, nell'anno 1912, requisì oltre 100 esemplari pagandoli 50 lire cadauno. Gli stessi, imbarcati sui piroscafi Principe Amedeo e India, furono suddivisi in 5 plotoni e condotti a Tripoli, Homs, Derna, Tobruk e Bengasi e, successivamente, vennero impiegati dalla gloriosa Brigata Sassari nel corso del primo conflitto mondiale.”

 

Cani de piaghe / Levriero di ploaghe

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Cane bianco di Sardegna

 

Volpino Sardo

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Dalla pagina culturale de “L’unione Sarda” ; 14 novembre 2005

 

L’ARCANO, TRA MITO E STORIA

Alla ricerca del mitico molosso nuragico con le più raffinate tecniche di biotecnologia. L’Università di Sassari sta cercando di mettere in relazione il mastino Fonnese con i cani del periodo dei nuraghi. Per riuscirci, la facoltà di Veterinaria sta conducendo uno studio sui reperti rinvenuti in diversi siti archeologici, comparandoli con il DNA prelevato dai  cani sardi di adesso. Se il Fonnese e il Dogo Sardesco (quest’ultimo raro animale nelle mani di pochissimi fortunati) discendessero dai cani del  tempo dei nuraghi (1800-600 c.a. avanti Cristo), saremmo in presenza di una scoperta dall’eccezionale valore scientifico. Si dimostrerebbe, infatti, che il cane sardo è tra le più antiche razze del mondo e a quel punto sarebbe imperativo per la Regione Sardegna avviare le procedure per tutelare il Mastino Fonnese e il Dogo Sardesco.

Roberto Balìa, autore del bel libro “Canis Gherradoris”, ispettore del Corpo forestale della Regione, archeologo dilettante, cinofilo autentico, scrittore e appassionato di tutto ciò che affonda le radici nella notte dei tempi, è convinto che il percorso iniziato da alcuni anni porterà ad individuare il molosso nuragico. La teoria del cane sardo preistorico è sviluppata e documentata nel libro di Balìa, che rappresenta il più completo studio sulle razze sarde del passato e del presente. Utilizzando reperti archeologici, studiando documenti, fotografie e sentendo testimonianze, Roberto Balìa ha ricostruito la genesi e lo sviluppo dei cani sardi e il loro impiego in guerra, o come cani da lavoro, addetti alla difesa del bestiame e della proprietà. Il libro è corredato da numerose immagini che permettono di andare a ritroso nel tempo e di ammirare i doghi di adesso, incorruttibili guardiani di grande temperamento ma più equilibrati dei fonnesi, considerati aggressivi se non feroci.
Ma i capitoli più interessanti sono quelli in cui Balìa va alla scoperta di un legame con i cani del periodo nuragico. La teoria (che attende la conferma dal test del DNA) è che il molosso nuragico abbia poi subito l’influenza dei cani libici, cartaginesi, egiziani, mesopotamici, indiani e fenici; quindi, nel Medioevo e secoli seguenti, sarebbe stato rinsanguato con cani da presa spagnoli, tipo alano, dogo, villano e mastino; infine, e  siamo nel XIX secolo, avrebbe subito gli influssi dei mastini inglesi ed europei. Da quell’antico animale deriverebbe il Dogo Sardesco, un mesomorfo pesante di circa 35-45 chili, tigrato di varie tonalità, fulvo grigio, marrone, grigio cenere, nero, con attitudini alla conduzione e controllo delle mandrie, alla caccia di ungulati, guardia e difesa.
Marco Zedda, ricercatore del Dipartimento di Biologia Animale della facoltà di Veterinaria di Sassari, è entrato nella fase operativa del test del DNA sui reperti archeologici rinvenuti nel corso di decenni di scavi. «L’obiettivo», dice, «è quello di salvare i cani sardi, unici al mondo, verificando se esiste una correlazione con gli antichi animali dell’epoca nuragica e con altre razze italiane, come  il maremmano-abruzzese e il mastino napoletano». Il molosso nuragico - è la teoria di Balìa - potrebbe aver influenzato altri cani italiani. E su come il molosso avrebbe potuto varcare il Tirreno c’è da scegliere. Prima teoria: gli antichi romani, giunti per domare i sardi pelliti, sarebbero tornati sul continente portando con sé i feroci ausiliari degli indigeni; seconda teoria, più affascinante: il mitico popolo di navigatori Shardana li avrebbe esportati, come testimoniano alcuni bronzetti.

La Soprintendenza di Cagliari vuole coinvolgere Balìa per utilizzare i doghi sardeschi di sua proprietà per un’altra indagine basata sui test genetici. Inoltre, Balìa è in contatto con Flavio Bruno, uno dei protagonisti della riscoperta del Cane Corso, che, nel suo centro Il Contado del Molise a Santa Croce di Magliano, paesino dove il tempo sembra essersi fermato, vorrebbe ospitare i doghi sardeschi per avviarne la selezione seguendo rigorosi criteri di purezza della razza. E già i due cinofili parlano di un tentativo disperato per recuperare il Levriero Sardo e il segugio di Carloforte, ormai quasi estinti.

                                                                                                                                 Ivan Paone

 

Foto e immagini dal libro:

Canis Gherradoris

L’ARCANO, TRA MITO E STORIA

Di Roberto Balìa

PTM Editrice

 

In sequenza, partendo dall’alto :

 

Navicella di Bultéi, particolare

Terrecotte di Santa Gilla, Levrieri

Terrecotte di Santa Gilla, Molossi

Pertiatzu in posa con gli operai della Cattedra Ambulante di Agricoltura di Cagliari (anni ’50)

Malaspina, femmina di Fonnese (foto. M. Zedda)

Levriero sardo di 1 anno (propr. G. Amadori)

Dogo Sardo

Dogo Sardesco

Particolare dentatura di Fonnese e di Dogo Sardesco

 

Immagini pubblicate con la cortese autorizzazione dell’Autore

©Copyright Prima Tipografia Mogorese Editrice

 

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