Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi !

 

 

Ho faticato un poco a contenere lo sdegno e l’indignazione di alcuni amici del Contado che, stufi degli artifizi costruiti ad arte dai “soliti noti”, richiedevano una mia energica replica a interventi pubblicati sul forum di Limo, mascherati di contenuto cinofilo ma finalizzati ad un unico scopo: discreditare il nostro operato ed il nostro pensiero nell’estremo tentativo di risalire dal fondo di quella china in cui sono precipitati, riducendosi all’osso, a causa del loro modo di intendere e di attuare la cinofilia e per effetto dell’impopolarità e della scarsa credibilità a cui il loro modo di fare li ha portati.

Nonostante la palese evidenza della pochezza argomentale di questi “tizi”, incapaci di controbattere con evidenze storico-scientifiche documentate (al pari di quelle che sempre supportano le nostre posizioni) a quanto con frequenza quasi settimanale da più di un anno pubblichiamo sul nostro sito, questi amici del Contado erano mossi dalla preoccupazione che la vecchia tecnica “Menzogna, menzogna, qualcosa resterà!”, fatta propria da questi tizi, potesse sortire un qualche effetto.

Ma poi, pensando all’enorme consenso che da ogni parte del mondo ci giunge giorno dopo giorno (e siamo in grado di dimostrarlo!), gli amici del Contado si sono rassicurati da soli dell’inefficacia di questa strategia di bassa lega. Per dar più forza a tale rassicurazione, ho aggiunto loro qualcosa di più:

“se non ci fossero, dovremmo inventarli!”

 

Hanno tentato di tutto e continueranno su questa strada! Non c’è dubbio! E quanto più lo faranno, tanto più dimostreranno di aver paura del nostro “sapere” e del nostro “operare”.

Noi non ci scomporremo di un pelo, come abbiamo fatto finora.

E continueremo per la nostra strada: blaterate pure, continuate pure ad abbaiare alla luna: i vostri latrati non la raggiungeranno né, tantomeno, scalfiranno noi.

E se foste più intelligenti vi dedichereste ad altro di più proficuo; se foste più intelligenti, appunto! Ma tant’è: non si può pretendere tutto!

 

Nemmeno questa volta, pertanto, avrei voluto intervenire, lasciandoli cuocere da soli nel loro brodo di vanagloria.

Ma …. “il diavolo fa le pentole e non i coperchi” e questa volta, a detta di quanto pubblicato da Limo, sono stati … stanati! (sarei tentato di usare un altro termine, ma lo risparmio…. tanto hanno capito tutti!)

 

E allora, e solo per questa volta, intervengo (dopodichè ritornerò a non perdere il mio tempo e non risponderò più, salvo dare mandato ad altri di farlo in altre sedi laddove se ne verificassero le condizioni).

Lo faccio, richiamandomi come sempre alla saggezza dei nostri avi ed alle nostre tradizioni.

 

Cosa c’entrano i nostri avi e la tradizione? C’entrano, c’entrano!

Tito Livio (mi sembra e non ne sono sicuro) racconta che i nostri antenati Sanniti usavano verso gente di tal risma (ce n’era anche allora) uno sberleffo estremamente efficace: il “Pernacchio”.

Notate bene, non la “pernacchia” ma la sua “variante nobile e niente affatto volgare”: “il Pernacchio”, appunto!

Ne parla il grande Eduardo De Filippo nel film “L’oro di Napoli” descrivendone anche la tecnica.

Chi volesse attuarla (noi lo faremo J), legga quanto di seguito descritto per estrapolazione dall’opera.

 

Bisogna portare la mano (la destra ovvero la sinistra per i mancini) alla bocca e farle assumere una particolare posizione. E’ difficile descrivere la posizione più corretta ma, provando e riprovando (“Non vi ha cui meglio rivolgersi che alla fede dell’esperienza”, come dice  Lorenzo Magalotti nei Saggi di Naturali Esperienze), ci si può riuscire bene. Attenzione però: la “qualità” del Pernacchio è direttamente proporzionale alla correttezza della posizione assunta dalla mano (intendendo per “qualità del Pernacchio” la sua idoneità ad essere percepito come “un’opera d’arte”). Allora, una volta portata correttamente la mano alla bocca, bisogna soffiare molto intensamente, tanto intensamente da produrre un effetto “dirompente”. E’ però l’intenzionalità che fornisce “anima” al Pernacchio: quindi, prima di agire bisogna nominare ad alta voce il nome (o i nomi) del “pernacchiato” (o dei “pernacchiati”).

Il “pernacchiato” viene così distrutto un po’ come avvenne per le mura di Gerico al suono delle trombe del popolo di Israele.

 

Varianti al “Pernacchio” classico:

Pernacchiamento collettivo e Pernacchiamento ad-personam : io li consiglierei entrambi ma, per il caso in argomento, se si volesse usare il pernacchiamento ad-personam ne basterebbero 3!

Pernacchio modulato : man mano che si diventa esperti, si può raffinare la tecnica articolando la posizione della mano in modo sincrono con l’emissione del fiato. Ciò consentirà una modulazione e un timbro sonoro tali da permettere, fra un Pernacchio classico e l’altro, l’esecuzione di motivetti di intermezzo tratti dalle operette oppure dal folclore regionale (es. “Ma se ghe penzu”, “Oj ma’ mo vene lu zit”, “Chiandai na rosa indu lu giardinu”, ecc. ecc.).

 

 

Per completezza, Eduardo aggiunge che con un “Pernacchio” come quello da lui indicato (quello “classico”, cioè) si può anche fare la rivoluzione e che va praticato 2 volte al giorno.

 

Fate voi!

 

Flavio Bruno

20 febbraio 2006

 

P.S.: per delicatezza verso i lettori del sito http://www.cane-corso.it abbiamo preferito rispondere da questi spazi. Con ciò speriamo di risparmiare a detti lettori la pena di una “canizza” che, comunque, non ci avrebbe visto partecipi.

Per quanto ci riguarda: CHIUSO! Continuate pure, se volete. Per noi non esistete!

E scommettiamo che anche questa volta si vestiranno da vittime e, come al solito, applicheranno l’arte di arrampicarsi sugli specchi in cui, questo sì, sono veramente imbattibili.

 

 

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Ci siamo chiesti quale motore muove tanta acredine, quale malalinfa la alimenta e quale sentimento li divora. Ci siamo chiesti qual’è la fonte di tanta loro infelicità.

 

Presto detto, eccola :

 

 

 

Dal latino « invidere » = « non ti vedo, cioè non posso vedere la tua prosperità », l’Invidia è, secondo la dottrina cattolica, uno dei sette peccati capitali.

E’ un malanimo provocato dalla constatazione dell’altrui successo e conduce ad uno stato di profonda frustrazione che porta a considerare « l’invidiato » (che viene percepito essere « migliore » di se stessi) come responsabile delle proprie incapacità e dei propri insuccessi. Nell’invidioso, allora, scatta un meccanismo di autodifesa che porta a cercare di danneggiare « l’invidiato » nella vana illusione di poter mascherare agli occhi del mondo la propria inferiorità e di lenire, così, la propria sofferenza.

 

E’, però, una vana illusione perchè :

« L'invidioso non muore mai una volta sola,

ma tante volte quanto l'invidiato vive salutato dal plauso della gente ».

 

  

Dante pone gli invidiosi nel 5° cerchio dell’Inferno dove, immersi nel fango della « lorda pozza » della palude stigea, scontano la pena insieme agli iracondi, agli accidiosi ed ai superbi. Nel Purgatorio (II girone), invece, essi espiano il peccato con gli occhi cuciti da fil di ferro.

 

Riferendosi a peccatori di altro genere, nel terzo canto dell'Inferno, Virgilio così parla a Dante :

 

… fama di loro il mondo esser non lassa;

misericordia e giustizia li sdegna:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

 

Anche se Virgilio non li indirizza agli invidiosi, questi versi ci sembrano ugualmente appropriati per i « tizi » … in argomento !

 

Flavio Bruno

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