CINOFILIA  o  CINOFOLLIA ? 

La prima esposizione canina ufficiale si svolse nel Town Hall di Newcastle on Tyne (Inghilterra) il 28 e 29 Giugno 1859. Il primo ente cinofilo nazionale fu quello inglese (K.C. – Kennel Club) sorto nel 1873, mentre l’ Ente Nazionale della Cinofilia Italiana nacque nel 1882.

Da allora di strada ne è stata fatta tanta e, temo, non sempre, nella direzione giusta. Le esposizioni, sotto il patrocinio degli enti, avrebbero dovuto favorire gli indirizzi selettivi attraverso l’individuazione dei migliori riproduttori ma, troppo spesso, hanno rappresentato lo strumento di promozione commerciale di un’attività zootecnica che in alcuni casi si è scollata dalle sue originarie funzioni di conservazione, tutela e valorizzazione delle razze canine.

Sbaglia però chi attribuisce la colpa di tutto questo soprattutto alle mode ed alle tendenze: queste sono sempre esistite e, in un certo senso, sono pure legittime e comunque inevitabili. Le responsabilità vanno piuttosto cercate in chi doveva fare informazione e non l’ha fatta, in chi doveva garantire la qualità dei cani e ha invece preferito la quantità, in chi doveva assicurare controlli serrati ed invece si é limitato a verifiche più che altro burocratiche.

Tutto questo evoca riflessioni molto più ampie che ci portano ad interrogarci serenamente sui tanti perché che la cinofilia moderna, fatta non solo di esposizioni di bellezza e di enti nazionali ma anche di federazioni, società specializzate, allevatori, standard, prove di lavoro, raduni e chi più ne ha più ne metta, richiama con insistenza anche per chi si presenta come semplice cinofilo.

Probabilmente i risultati dell’attività selettiva di alcune razze, oltre che essere oggetto di vivaci dibattiti, rappresentano un inconfutabile segnale dello stato di una parte della cinofilia attuale. E’ facile pensare alla storia del Mastino Napoletano ed alla più recente esperienza del Cane Corso ma gli esempi certamente non mancano[1]. Se si chiede ad un anziano mastinaro se il cane linfatico che si vede nei ring di oggi corrisponde al cane di un tempo, la risposta è causticamente negativa, più o meno allo stesso modo in cui lo sarebbe per il Cane Corso.

Si tratta certamente di un discorso assai complesso i cui fattori condizionanti sono diversi, hanno certamente origini non recenti e, oggi più che mai, agiscono a livello internazionale e su più fronti. Tuttavia, essi chiamano in causa due concetti basilari della cosiddetta cinofilia moderna: standard e selezione.

Gli standard, a volte, hanno rappresentato trappole mortali per la tutela delle razze canine spostando l’ago della bilancia dalla cinofilia alla pura cinometria, lasciando poi cadere la storia di una razza nel vortice della cosiddetta evoluzione della stessa. Il prognatismo nel Cane Corso ne é un esempio. Si é fatto di tutto per ottenerlo, tanto che si é finito col fare anche troppo. 

Altre volte, invece, gli standard hanno rappresentato una traccia importante, seppur discussa e magari più volte rielaborata, attraverso la quale agevolare il ritrovamento dello spirito selettivo ispirato alla bellezza funzionale.

Si pensi alle razze da caccia per le quali le relazioni tra le forme e i comportamenti sono sempre state condizione imprescindibile di attitudini assolutamente qualificanti (benché esistano razze da caccia che sono selezionate solo per la loro bellezza). E’ del pari vero, per citare solo un caso, che alcuni anni fa per risollevare le sorti un po’ stanche del nostro Spinone, alcuni allevatori hanno azzardato incroci (ammessi e confermati) con altre razze compromettendone non solo la mentalità venatoria ma anche il patrimonio genetico. Attualmente la razza, grazie al lavoro ed alla volontà di bravi allevatori/cacciatori, sta attraversando un momento abbastanza felice, espressione di un successo, dal punto di vista qualitativo, più che meritato. E questo anche grazie ad uno standard che, nonostante le tante polemiche, é riuscito a mantenere ancorata la selezione alle peculiarità di un cane unico e splendido nel suo genere.

Nessuna razza canina esisterebbe se non ci fosse, beninteso, l’intervento dell’uomo ma fino a che punto questo si è spinto nella compressione dei naturali schemi biologici di selezione in virtù di uno standard che, tra l’altro, è stato spesso disatteso in nome di una tanto evocata evoluzione della razza[2]?

La cosiddetta evoluzione delle razze canine è l’esito di un interagire di forze di diversa natura che comprendono non solo gli interessi economici di chi ricerca nell’attività di allevamento (che, ricordiamo, rimane un’attività commerciale) uno scopo di lucro, ma anche le preferenze dei giudici, le interpretazioni dello standard, i gusti del mercato, le impronte selettive imposte da alcuni allevatori.

Tale fenomeno è oggi particolarmente evidente per quelle razze che hanno cavalcato l’onda di successi consacrati dalla moda, per le quali l’importanza dell’utilità e del carattere del cane spesso ha lasciato il posto all’effimero dell’apparenza[3].

Il discorso chiama in causa l’etica cinofila, la deontologia dell’allevatore, il buon senso del selezionatore e del giudice e filosofeggiando si potrebbe arrivare fin dove si vuole, anche all’accettazione più edonistica dei capricci umani con la previsione di una nuova razza solo per il gusto di avere un cane con il pelo viola[4].

Quali e quante involuzioni la caparbia selettiva dell’uomo, schiava dei suoi capricci estetici o economici, ha procurato? Il significato del termine “cinofilia” dove lo mettiamo? A volte, purtroppo, abbiamo trasformato la collaborazione in spirito agonistico, il senso delle misure in schemi cinometrici assurdi, l’attività zootecnica in accanimento selettivo, il valore del patrimonio genetico in valore squisitamente economico, il significato funzionale di una razza in accessorio della stessa, il valore del rapporto con il proprio cane nell’espressione modaiola del vivere, la storia di una razza canina in uno spot pubblicitario. Perdonate il brutto neologismo ma questa non vi pare piuttosto cinofollia

Il tema evocato degli incroci fra razze diverse, poi, rimane d’attualità perché, tanto per tornare ai ring delle esposizioni, il rischio è quello di trovarci di fronte a cani rispondenti pienamente allo standard ma che hanno scarsa integrità genetica.

Ecco che la storia viene tradita ed il patrimonio genetico ereditato irrimediabilmente perso o, nel migliore dei casi, compromesso. 

E’ pur vero che gli incroci sono sempre esistiti (si pensi al Corso con l’Abruzzese e, quindi al cosiddetto mezzo Corso) ma credo che a fronte di ogni “inquinamento” selettivo vadano adeguatamente valutate le realtà nelle quali tali pratiche sono avvenute e, soprattutto, gli scopi e le condizioni delle stesse per evitare di prendere i cefali con gli ami per i tonni e viceversa.

A tal proposito, non solo vale la pena ricordare che il termine “razza” ha un significato tecnico ben preciso ma che, cosa ben più importante la storia che abbiamo ereditato é fatta di Molossi che già all’epoca dei Romani personificavano “il nostrano Cane Corso di Grifoni” che già nel XV secolo apparivano in affreschi del Mantegna[5] o, ancora, di Bracchi Italiani impressi in dipinti e rilievi del 1500[6].

L’etica cinofila credo che debba anche richiamare il rispetto della storia.

In questo contesto complesso, una nota positiva è rappresentata (almeno per le razze da caccia) dalle prove di lavoro, pur considerando tutti i se e tutti i ma che anch’esse si trascinano dietro da tempo. Esse garantiscono, in una certa misura, il legame tra forme e funzionalità, tra standard e qualità psico-attitudinali, tra moderna evoluzione e storia.

L’annoso dibattito relativo alle razze da caccia ed alla questione se un buon cane da prove (il cosiddetto trialer) possa essere anche un buon cane da caccia e viceversa non ha, ad oggi, univoca soluzione.

Tuttavia una cosa è certa: difficilmente un cacciatore si augurerebbe un ausiliare privo di animus venandi. Per le razze da caccia, insomma, il confronto sull’adeguatezza delle caratteristiche psico-fisiche del cane è senz’altro sotto gli occhi di tutti i cinofili e cacciatori.

È pur vero che esistono cani che non conoscono che una caccia fatta di turni di quindici minuti ma quantomeno le prove esistono, le possibilità affinché esse avvengano con una buona selvaggina ci sono, il dibattito è vivo e aperto, le coscienze dei selezionatori, degli addestratori e dei cacciatori sono sensibilizzate al problema e, cosa più importante, i cani da caccia sono in stragrande maggioranza ancora in mano a chi a caccia ci va davvero.

E’ auspicabile che la cinofilia ufficiale voglia prendere in seria considerazione la possibilità di studiare ed introdurre anche per il Mastino Napoletano ed il Cane Corso delle prove di “lavoro vero” che tengano conto delle loro originarie e reali attitudini. I nostri sono nati non solo per rispondere ai comandi di obbedienza ma per una serie ben più ampia di compiti che vanno dalla guardia della proprietà fino alla difesa ed alla gestione di diversi tipi di bestiame. Rispettare la storia, in questo caso, dovrebbe significare conservare e valorizzare le diverse linee di sangue in funzione del lavoro per il quale esse vengono da sempre selezionate.

Non si tratta di essere critici o addirittura scettici, quanto piuttosto di riprendere in mano il senso delle cose, il significato etimologico di standard di razza, il fine ultimo dell’attività zootecnica, che non è solo quello di produrre utili per chi lo fa professionalmente ma anche quello di rispettare la storia di una razza e lo scopo originario per cui essa è stata creata. Insomma, la cinofilia dovrebbe avere un aspetto pedagogico che non si limiti alla campagna contro l’abbandono dei cani per le vacanze, ma che abbia come obiettivo anche quello di rivalutare la propria etimologia e la propria storia per sottrarsi infine alle altre “culture” che in parte l’hanno ingurgitata.

Colgo l’occasione per ringraziare gli amici del Contado del Molise perché pur senza premi, campioni e prove di bellezza, in un angolo d’Italia hanno rispettato la storia di una razza, il Molosso Romano.

Marco Della Ratta

 

 

NOTE:

1 - Si pensi alla riduzione della taglia nei Setter Inglesi, all’eccessiva inclinazione del posteriore nel Pastore Tedesco, alle degenerazioni estetiche nel Bulldog.

2 - Il cambiamento del Mastino Napoletano nel corso di questi ultimi 30 anni non può che essere visto come trasformazione dell’originario Molosso Romano in un cane da esposizione.

3 - Si pensi al Grande Cane Giapponese, la cui assoluta bellezza certamente non é qui in discussione ma che nasce essenzialmente come cane da show a differenza del fratello Akita Inu che esprimeva ben altre e più nobili utilità.

4 - La cinofilia ufficiale ha escluso da alcuni standard e senza una vera giustificazione colori dei manti sempre esistiti, come il bianco nel Corso e nel Boxer.

5 - Il Mantegna non ha affatto trascurato il Cane Corso: Palazzo Ducale di Mantova, camera degli Specchi e camera degli Sposi.

6 - Fra le tante opere d’arte, in “La Natività e l’Adorazione dei Magi” di Giovanni di Francesco (1428-1459), Museo del Louvre - Parigi, si possono ammirare due splendidi Molossi Romani; ancora, in “Due cani da caccia” Museo del Louvre - Parigi, Jacopo dal Ponte detto Jacopo Bassano (1510-1592) ritrae due splendidi bracchi del tempo.

 

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