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Cani per la custodia del bestiame: cos’è una razza e perché è così importante
By: Dr. Phillip Sponenberg, DVM, PhD Professor, pathology and genetics Technical director, American Livestock Breeds Conservancy Virginia-Maryland Regional College of Veterinary Medicine Virginia Tech Blacksburg, VA 24061
Copyright Dr. Phillip Sponenberg. Traduzione e pubblicazione su http://www.ilcontadodelmolise.com cortesemente autorizzate dal Dr. Sponenberg che ringraziamo di cuore. Tank you very much, Dr. Sponenberg! Traduzione: Dott. Simone De Bardi(follows the original text)
Il presente articolo è un insieme di riflessioni che ho ponderato negli ultimi anni, riguardanti le razze, i cani per la custodia del bestiame e la relativa interazione (N.d.T.: nel seguito, tali cani saranno chiamati, per semplicità, “cani custodi”). Solitamente il mio campo di competenza è quello della conservazione delle risorse genetiche del bestiame, e i cani sono cosa alquanto diversa. Al contempo, però, gli elementi delle razze e della conservazione della razza dei cani hanno molti aspetti in comune con quelli del bestiame. Questo articolo divagherà un poco per poi fare un passo in dietro e, come è auspicabile, trovare il bandolo della matassa.
Lo sviluppo di tutte le specie di animali domestici inizia come una collaborazione tra l’uomo e le specie in questione. In nessun altro caso questa collaborazione è stata tanto stretta come quella fra l’uomo e il cane. Subito dopo l’addomesticazione si è facilmente notato che non tutti i cani avevano gli stessi talenti per tutti i compiti. Quando gli sforzi dell’uomo divennero più complessi, i cani vennero selezionati per essere “specialisti” in varie mansioni. Questo, fondamentalmente, è il processo dello sviluppo delle razze, con profonde conseguenze per l’allevamento dei cani e di qualunque altra specie. Il concetto fondamentale, per lo meno nelle prime fasi dello sviluppo della razza, è che è la funzione a guidare il processo, l’aspetto esteriore, quando è possibile, viene in un secondo momento.
Fondamentalmente, una razza può essere vista come una pacchetto genetico “predicibile”. Per essere utili, le razze devono essere predicibili. È in questo modo che possono ricoprire certi incarichi con un elevato livello di successo. Questa corrispondenza tra una razza ed un incarico è un aspetto che si è perduto negli allevamenti di cani di razza pura, dal momento che i cani sono passati dall’essere compagni essenziali nello svolgimento di determinati incarichi ad animali unicamente da compagnia. Dato che le abilità funzionali dei cani non hanno più la stessa importanza per gli sforzi dell’uomo, anche nei programmi di allevamento esse sono meno enfatizzate. Di conseguenza, l’importanza della predicibilità delle razze canine per incarichi specifici non viene generalmente apprezzata dai proprietari di cani, o persino dagli allevatori, e dal pubblico.
Solitamente, l’evoluzione della razza segue un percorso piuttosto coerente. La prima fase dell’evoluzione di gran parte delle razze vede l’uomo utilizzare quanto è disponibile a livello locale ed adattarlo alle proprie esigenze. La razza risultante sarà dunque la combinazione di quanto disponibile a livello locale (Effetto Capostipite/Fondatore) e della successiva selezione funzionale. Dato che lo scopo di questo allevamento è la funzione, gli esemplari del gruppo sono solitamente piuttosto diversi nell’aspetto, ma ragionevolmente conformi nella funzione. Questo tipo di popolazione è più propriamente detto “razza indigena” (Landrace), vale a dire una razza locale, o regionale, che cresce e si uniforma in virtù di una selezione locale per un compito specifico. Qualsivoglia coerenza estetica è un prodotto secondario della combinazione dell’effetto “Capostipite” o della selezione funzionale fatta dall’uomo. I Border Collie sono un esempio piuttosto valido di razza canina indigena: presentano una uniformità nel carattere (l’elemento chiave della selezione) e in gran parte sono abbastanza simili esteticamente da poter essere riconosciuti come Border Collie. Tuttavia, persistono alcune variazioni ed alcuni Border Collie, tali per eredità, pedigree e carattere, non vengono riconosciuti con facilità, nonostante siano ancora geneticamente predicibili per la componente essenziale della razza, in questo caso il carattere.
La fase successiva dello sviluppo della razza è quella della standardizzazione. Questa fase può seguire due direzioni principali. Una di queste è di carattere locale o regionale, e può essere più o meno vista come una standardizzazione “dall’interno” dato che la razza si uniformata, ma nella nicchia d’origine. L’altra è denominata “Gentrificazione”, temine coniato da David e July Nelson, che hanno riassunto in modo chiaro questo importante processo in una sola parola (N.d.T.: termine importato dal linguaggio urbanistico, indica il processo con cui i quartieri o le aree degradate delle città vengono trasformate in zone residenziali e signorili). La gentrificazione si verifica quando la razza locale viene prelevata dal suo luogo di provenienza e standardizzata lontano dalla propria nicchia d’origine. Questa è la standardizzazione “dall’esterno”. Entrambi i meccanismi possono produrre una razza funzionale e predicibile. Tuttavia, la gentrificazione presenta un certo rischio insito: prelevare gli animali dal loro luogo d’origine può comportare dei cambiamenti nella razza che deviano dallo scopo iniziale.
Le razze indigene sono il risultato di “accidenti storici”, della selezione dell’uomo e dell’isolamento geografico. Le razze standardizzate portano questo isolamento ad un livello ulteriore, permettendo la riproduzione solamente all’interno del gruppo, e limitano la variabilità decidendo su un campo di variazione accettabile. Il risultato è che la razza diviene nell’apparenza molto più uniforme. Il livello di uniformità varia da razza a razza, dato che le associazioni di allevatori decidono cosa includere e cosa escludere. Ad esempio, in una cucciolata può comparire occasionalmente un Labrador Retriever chiazzato o nero e marrone chiaro, ma è escluso dalla razza che ammette solamente i colori nero, cioccolato, o giallo. I Golden Retriever sono ancora più ristretti, mentre per cani come il Cocker Spaniel sono consentite maggiori variazioni di colore. La cosa importante è che il grado di variazione in una razza standardizzata viene stabilito dagli allevatori, ed effettivamente potrebbe non riflettere lo stato originale della popolazione quando funzionava semplicemente da razza indigena.
Il processo di gentrificazione è stato un importante rifinitore e definitore di molti cani custodi. Quando una razza viene prelevata dal suo luogo d’origine è facile che la filosofia della selezione che guida il suo sviluppo possa cambiare di conseguenza. Questo rappresenta una minaccia per molte razze canine, in particolare per i cani custodi, i cui compiti e le cui abilità sono basati su schemi di pensiero e non su caratteri esteriori. Uno dei modi in cui una razza può cambiare è semplicemente per mezzo della selezione della taglia. Anzitutto molte razze sono di taglia grande, ed i cani più grandi sono più autoritari. Tuttavia, non sempre grande vuol dire migliore, e il cane di taglia più contenuta può riuscire meglio in anni di duro lavoro rispetto al cane di taglia gigante. Tutto questo dipende dalla razza, ma è importante incoraggiare le differenze di taglia, al fine di mantenere razze distinte ed utili. Il Mastino dei Pirenei spagnolo, ad esempio, nel corso di questo secolo è passato dall’essere un cane ordinario, con la coda portata bassa, e di dimensioni contenute ad un cane veramente impressionante dal pelo lungo e folto. Per i cani custodi dediti al duro lavoro questo cambiamento può non essere benefico. Se poi tale cambiamento è il risultato di un incrocio tra razze, anche i cani vengono trasformati. Alcuni Ovcharka russi hanno aumentato la taglia forse per via degli incroci con il San Bernardo e con altri cani non da pastore di taglia gigante, producendo cani imponenti ma non affidabili. Confondere la grossa taglia con un’abilità innata per la guardia è una vera minaccia per le razze di cani custodi.
Alcune razze vengono create deliberatamente e piuttosto artificialmente, e saltano la fase della razza indigena. Tali razze sono sviluppate in maniera arbitraria come razze standardizzate dal principio. I Dobermann Pinscher ne sono un esempio. Ci si può aspettare che queste razze presentino variazioni inferiori a quelle standardizzate dalle razze indigene. Pochi cani custodi, se non nessuno, si inseriscono in questo tipo di razza, dato che per la maggior parte si tratta di razze di tipo regionale che provengono da una data area geografica.
Il processo di standardizzazione, inclusa la gentrificazione, può avere o meno una rilevanza biologica, a seconda di ciò che è stato trascurato durante il processo stesso. Allo stesso modo, può avere o meno una rilevanza politica, dato che ogni razza ha una specifica eredità. La cosa importante nell’allevamento e nel mantenimento delle razze è essere coerenti con il patrimonio genetico, in modo che la razza possa continuare in armonia con esso. Le razze non nascono già completamente formate – ognuna ha una sua eredità. La selezione coerente con l’eredità è particolarmente critica per le razze che hanno ancora delle funzioni da svolgere, visto che ignorare la funzione storica può comportare l’incapacità del cane a svolgerla. Questo è cruciale nelle razze come i cani custodi o da gregge, o da penna. Può essere meno critico per i Wolfhound irlandesi (essenzialmente non più lupi irlandesi), o per cani storicamente utilizzati per i combattimenti, o per altre mansioni che sembrano ormai cadute nel dimenticatoio. In questi casi di funzioni obsolete (o che speriamo tali) è forse logico che gli allevatori optino per la selezione di animali da compagna con un corpo sano, sicuro e di aspetto piacevole. Non v’è nulla di male in questo – sin tanto che le funzioni non vengono compromesse in quelle razze per cui esse sono invece importanti.
Fondamentalmente, la domanda per i cani custodi è: che tipo di forma assume questa risorsa genetica? Come è organizzata la risorsa genetica, e gli allevatori come dovrebbero selezionare ed allevare i cani all’interno del panorama generale dei cani custodi?
Una domanda fondamentale è la questione delle razze – cosa sono, e di quante ne abbiamo bisogno? Questa si rivela essere un dilemma del tipo “unire o dividere”. Nella conservazione delle razze di bestiame la American Livestock Breeds Conservancy è solitamente guidata dal principio che è meglio e ragionevole dividere se ogni popolazione successiva gode di buone probabilità di avere un’esistenza, una selezione ed una funzione durature. Unire ha più senso laddove le popolazioni hanno un legame, sono simili, ed hanno scarse probabilità di sopravvivere come popolazioni separate. In ogni caso, il dilemma di unire o dividere può essere complesso. Una linea guida fondamentale è se due popolazioni sono più simili tra loro di ogni altra risorsa genetica oppure no, e se ci si può aspettare che possano essere vitali e che possano funzionare una volta divise. In altri termini, dividi quando puoi, unisci quando devi. In questa pratica, l’origine geografica e la storia della selezione sono più importanti delle somiglianze esteriori, un punto che viene spesso tralasciato, specialmente con le razze di cani bianchi e di grossa taglia.
I cani custodi sono una risorsa genetica di gran valore e utilità, e salvaguardarli in quanto razze è di vitale importanza, tanto per gli allevatori, quanto per gli agricoltori. Disporne come pacchetti genetici predicibili è essenziale per un gran numero di proprietari di bestiame. I cani custodi debbono essere coerenti e predicibili, così che l’industria del bestiame possa disporre di alternative razionali per le diverse situazioni. Situazioni diverse richiedono cani diversi, ed è qui che entrano in gioco le razze e gli allevatori. Una razza non può fare tutto, e se questo è il caso, allora è perché la predicibilità è stata sostituita dalla variabilità e la selezione di un cane diviene più difficile. Con questo non si vuole negare che la variazione in una razza può essere pari o maggiore della variazione tra queste razze, ma si vuole affermare che la predicibilità e la “sottospecializzazione” nelle razze di cani custodi sono cose positive e andrebbero incoraggiate piuttosto che il contrario.
Una caratteristica di questi cani è che occupano habitat in una certa misura confinanti in un’area geografica assai vasta. Ci si può attendere che ciascuna area geografica abbia messo a punto le risorse in base a ciò che serviva e che funzionava. Questo sembra esser risultato in una serie di pool genetici collegati, ma distinti, dal Mastino dei Pirenei spagnolo (maculato) alle razze bianche (Maremmano-Abruzzese, Cane da montagna dei Pirenei, Kuvasz, Komondor, Pastore Polacco, Pastore Russo, Akbash) e alle razze colorate (Kangal, Kars, Shar Planinetz, Tibetano, l’Owcharek dell’Asia Centrale)
Tra i problemi degli allevatori che lavorano con queste razze vi è anche l’idea del grado di variazione originale prima della standardizzazione. Ciò che sorprende dal punto di vista dello sviluppo della razza è la relativa coerenza del tipo e dell’aspetto esteriore tra queste razze. Molte sono bianche, e questo sembra essere stato imposto a queste razze all’inizio del loro sviluppo. I cani custodi bianchi erano già largamente conosciuti al tempo dei Romani. Questo è in gran parte dovuto alla convinzione profondamente radicata che tali custodi si distinguessero nettamente dai predatori colorati, facilitando il pastore nel riconoscere l’amico dal nemico. Ugualmente importante, per alcune culture, è che i cani bianchi si mescolano con i greggi bianchi. In molte regioni i cani bianchi risaltano rispetto al panorama, contribuendo a rendere più semplice la loro individuazione.
In raffronto con la preferenza assai diffusa per i cani bianchi vi sono le razze colorate. Queste compaiono tra tutte la gamme delle razze custodi come eccezione alla regola generale del bianco. Sarebbe interessante capire cosa consente questa variazione di colore, se non altro perché la preferenza per il bianco sembra essere così tanto antica e così radicata.
Gli allevatori di cani custodi stanno rendendo un grande servizio all’industria del bestiame – se le mansioni di questi cani rimangono fedeli agli scopi originali per i quali sono stati sviluppati. Il lavoro degli allevatori ed il modo in cui essi lo svolgono è essenziale. Dato che le razze sembrano avere diverse inclinazioni per i comportamenti indispensabili alla guardia del bestiame è importante preservare tali differenze, così che i proprietari di bestiame possano disporre di alternative specifiche per le loro esigenze. Rendere queste razze tutte uguali vorrebbe dire privare i proprietari di bestiame delle alternative di cui hanno bisogno. I proprietari di piccoli greggi nelle aree suburbane (o subrurali) hanno esigenze diverse dai proprietari di grandi greggi. Ogni situazione richiede un cane diverso. Questo è un fattore particolarmente critico quando si considerano le razze che non rientrano nel consueto modello dei cani custodi: Kangal, Kars, Castro Laboreiro. Queste razze, e senza dubbio anche altre, debbono essere sviluppate solamente in base ai loro pool genetici e non inserite a forza nel consueto modello.
La sfida per tutti gli allevatori di cani custodi è di riflettere sul carattere e sull’origine della loro razza. Questo guiderà il futuro sviluppo e la selezione della razza, con la speranza che si preservino i suoi caratteri unici. L’unicità e la predicibilità di tutte queste razze possono essere realmente utili per i proprietari di bestiame che ricercano soluzioni pratiche per la sicurezza dei greggi e delle mandrie, in condizioni e contesti diversi.
Original text
Livestock Guard Dogs: What is a Breed, and Why Does it Matter?
presented on http://www.ilcontadodelmolise.com with the author's permission
D.
Phillip Sponenberg, DVM, PhD Professor, pathology and genetics
This article is a set of thoughts that I have been pondering for the last few years, concerning breeds, livestock guard dogs, and the interaction of those two subjects. My usual sphere of activity is with conservation of livestock genetic resources, and dogs differ from this in many regards. At the same time, though, the issues of breeds and breed conservation of dogs have many features in common with those of livestock. This article is going to wander a bit, and then will come back and hopefully tie all the loose ends into some sort of neat package. The development of all species of domesticated animals first arose as a partnership of humans with the species in question. In no case has this partnership been closer than has that of dogs and humans. Soon after domestication it was easily appreciated that not all dogs had equal talent for all tasks. As human endeavors became more complex, dogs were selected to be specialists for various tasks. This is basically the process of breed development, with profound consequences for the breeding of dogs or any other species. The important concept, at least in early stages of breed development, is that function guides the process, and external form simply follows along however it can. A breed can basically be viewed as a predictable genetic package. To be useful, breeds need to be predictable. That is the way that they can fit certain niches with a high degree of success. This matching of a breed to a niche is something that has largely gone from purebred dog breeding as dogs have moved from being essential partners in performing tasks, to becoming companions and companions alone. As the functional abilities of dogs have diminished in importance for human endeavors, so has the emphasis on these in breeding programs. As a result, the predictability of dog breeds for specific tasks is something that is generally underappreciated by the general dog owning, or even dog breeding, public. Breed development usually follows a fairly consistent pathway. The first stage of the development of most breeds is that people simply use what is locally available and adapt it to the task at hand. The resulting breed is therefore shaped by what is locally available (the founder effect), and the subsequent selection of this to suit a specific task. Since the goal of such breeding is function, the animals within the group are usually somewhat variable as to looks, but reasonably consistent as to function. This type of population is best termed a "landrace", which basically means a local or regional breed simply springing up and becoming uniform by virtue of local selection for a specific purpose. Any external consistency is a spinoff from a combination of founder effect or human selection for function. Border Collies are a reasonably good example of a landrace of dogs- they are consistent in behaviour (the key element of selection), and most of them are visually similar enough to be recognized as Border Collies. However, variation does persist and some Border Collies by heritage, pedigree, and behaviour are not all that easily recognized, even though they are still genetically predictable for the essential component of the breed (in this example, behaviour). The next stage of breed development is that of standardization. Standardization can occur through two main routes. One of these is local or regional, and more or less can be viewed as standardization "from within" as the breed is made more uniform but in its original niche. The other, aptly termed "gentrification", was coined by David and Judy Nelson, who neatly summed up this important process in a single word. Gentrification occurs when the landrace is taken out of its original site and then standardized remote from its original niche. This is standardization "from without". Either mechanism can result in a functional, predictable breed. Gentrification does have a certain inherent risk, though, in that removal of animals from the original niche can impose changes in the breed that deviate from the original purpose. Landraces occur as populations by accidents of history (founders) and selection, and geographic isolation. Standardized breeds take that isolation a step further by specifically only allowing breeding within the group, and also limit variability by deciding on a range of variation that is acceptable. The result is that the breed becomes much more visually uniform. The level of uniformity varies from breed to breed as the breeders' associations decide what to include and what to exclude. For example, the occasional brindle or black and tan Labrador Retriever shows up in a litter, but is excluded from the breed which only allows black, chocolate, or yellow. Golden Retrievers are even more restricted, while something like the Cocker Spaniel is allowed to have more variation for color. The important issue is that the range of variation in a standardized breed is arbitrarily narrowed by the breeders, and really may not reflect the original state of the population when it was simply functioning as a landrace. Gentrification has been an important refiner and definer of many livestock guardian dogs. When a breed is removed from its orginal location it is easy for the selection philosophy that guides its development to likewise vary. This poses a threat to many dog breeds, but especially to the livestock guardians whose task and ability are based on thinking patterns and not on external type. One way these breeds can change is simply selection for size. Most are large to begin with, and larger dogs are more impressive to the eye. At some point, though, bigger is not better and the moderate dog is more likely to succeed for years of hard use than is the oversized dog. This depends on breed, but breed differences for size are important and need to be fostered to maintain distinctive and useful breeds. The Spanish Pyrenean Mastiff, for example, has gone in this century from a somewhat plain, moderately sized, somewhat flat coated dog to a huge, huge impressive fluffy dog. For hard guardian work this change may not be beneficial. Especially if the change comes from crossbreeding, the dogs are also changed. Some Russian Ovcharkas may have increased size from outcrosses to St Bernards and other nonlivestock giants - the result being impressive dogs, but not reliable guardians. The confusion of large size with inherent guardian ability is a very real threat to the livestock guardian breeds. Some breeds are deliberately and somewhat artifially created, and circumvent the landrace stage. Such breeds are arbitrarily developed as standardized breeds from the outset. Doberman Pinschers are one example of such a deliberately standardized breed. These breeds can be expected to have even less variation that the breeds that were standardized from landraces. Few if any livestock guardian breeds fit into this type of breed, since most are regional breeds that spring from a given geographic area. The process of standardization, including gentrification, may or may not matter biologically, depending what was left behind in the process of standardization. It likewise may or may not matter politically, since each breed has a specific heritage. The important issue in breeding and maintenance of breeds is to be consistent with the heritage, so that the breed can continue in harmony with its heritage. Breeds do not pop out of the heavens fully formed - each one has a heritage. Selection for consistency with heritage is especially critical for breeds that still have functions to perform, since ignoring the historical function can result in eventual inability for the dog to perform. This is critically important in breeds such as herding dogs or livestock guard dogs, or bird dogs. It may be less critical in Irish Wolfhounds (no more Irish wolves, basically), or in dogs historically used for fighting one another, or various other tasks that seem to have largely gone by the wayside. In such cases of obsolete (or hopefully obsolete) function, perhaps it is logical for breeders to opt for selection for companion animals in a sound, safe, visually pleasing package. Nothing wrong with that - as long as critical functions are not being compromised in those breeds for which such functions are important. The question with livestock guard dogs is basically what sort of form does this genetic resource take? How is the genetic resource organized, and how should breeders breed and select dogs within the general framework of livestock guard dogs? One basic question is the issue of breeds - what are they and how many do we need? This gets to be an issue of lumping versus splitting. In livestock breed conservation the American Livestock Breeds Conservancy is generally guided by the principle that it is best and reasonable to split if each subsequent population has a good chance of continued existence, selection, and function. Lumping makes the most sense when populations are related, similar, and unlikely to survive as separate populations. In each case the issue of lumping versus splitting can be tricky. One basic guideline is whether or not two populations are more like one another than any other genetic resource, and whether they can be expected to be vital and viable if split. Put another way, split when you can, lump when you must. Geographic origin and selection history are more important in this excercise than are external similarities, a point which is easily missed especially with the large, white guardian dog breeds. Livestock guardian dogs are a fascinating genetic resource of great value and utility, and safeguarding them as breeds is of vital concern to dog breeders as well as agriculturalists. Having these as predictable genetic packages is essential to a host of livestock owners. Livestock guardian dogs need to be consistent and predictable in order for the livestock industry to have rational choices for different situations. Different dogs are needed for different situations, and this is where breeds and breeders come in. No one breed can do it all - if that is the case then the predictability has been replaced by variability and picking a dog gets more difficult. This is not to deny that the variation within a breed can be nearly as great or greater than the variation between these breeds, but it is to state that predictability and "subspecialization" within the general livestock guardian dog breed group is a good thing, and should be encouraged rather than discouraged. One characteristic of these dogs is that they occupy somewhat neighboring ranges throughout a huge geographic area. Each geographic area can be expected to fine tune this resource to what was needed, and to what worked. This seems to have resulted in a number of related but distinct gene pools, from the Pyrenean Mastiff of Spain (spotted) to the white breeds (Great Pyrenees, Maremmas-Abruzzese, Kuvaz, Komondor, Polish, Russian, Akbash), colored breeds (Kangal, Kars, Shar Planinetz, Tibetan, Central Asian Owcharek). Questions for breeders working with these breeds include some idea of the original range of variation before standardization. What is amazing from a breed development standpoint is the relative consistency of type and visual appearance among these breeds. Many are white, which seems to have been imposed on these breeds at a very early stage of development. White guardian dogs were already well known in Roman times. This is largely due to deep seated conviction that such guardians stand in stark contrast to colored predators, and make keeping track of friend or foe an easier task for the shepherd. Equally important to some cultures is that white dogs blend into white flocks. In most regions white dogs also stand out against the landscape, again contributing to ease of detection. Against the obviously widely held preference for white dogs stand the colored breeds. These occur throughout the range of livestock guardian breeds as exceptions to the general rule of whiteness. The reasoning behind these being allowed to be variable for color would be an interesting study, of only because the preference for white appears to be so ancient and so firmly held. Breeders of livestock guard dogs are doing a great service for the livestock industry - if their charges remain faithful to the original purpose for which they were originally developed. The breeders' work and how they do it is essential. Since the breeds appear to have different propensities for behaviors critical to guarding livestock it is important to maintain these so that livestock owner can have choices peculiar to their situations. Making all of these breeds similar is to deny livestock owners choices that they need. Small flock owners in suburban (or subrural) areas have very different needs than range flock owners. Different dogs will be needed in each situation. This is an especially critical factor when considering "outlier" breeds that do not fit the usual livestock guard dog model: Kangal, Kars, Castro Laboreiro. These, and no doubt other, breeds need to be developed as their own unique gene pools and not crammed into the usual model. The challenge to all breeders of livestock guardian dogs is to reflect on the character and origin of their breed. This will guide the future development and selection of the breed, hopefully to retain its unique characters. The uniqueness and predictability of all of these breeds can then effectively serve livestock owners as they search for a practical solution to flock and herd safety under a wide range of conditions. --END--
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