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Il cane da macellaio
o “cane da beccaio”
o “cane vucceriscu / bucceriscu”

Il
macellaio - o beccaio, secondo una dizione che risale al XV° secolo
e i cui “capitoli” che ne regolavano l’attività risalgono al 1556 -
era parte integrante della comunità e nel meridione era aiutato ed
affiancato nel suo lavoro dal fedele Cane Corso.
I
bovini destinati alla macellazione venivano scelti e prelevati o
dalle zone incolte dove pascolavano allo stato brado, oppure dai
mercati e dalle fiere che si svolgevano nei paesi dei dintorni. A
piedi, e per molte miglia, venivano poi condotti al paese per la
macellazione. La trasferta richiedeva diverse ore di strada con
eventuale sosta notturna ed il cane, oltre ad indirizzare il cammino
delle bestie, evitandone qualche perdita, diveniva un guardiano
sensibile ed attentissimo pronto a fronteggiare ogni evenienza.
Tori e
bufali, nati e cresciuti allo stato brado, avevano tutta la
pericolosità degli animali selvatici e per tenere sotto controllo la
mandria bisognava “bloccare” il toro. Infatti, fino a quando lui era
presente, la mandria si ribellava caricando e fuggendo. Incaricati a
bloccare il toro erano i Cani Corso che lo affrontavano con audacia
e determinazione specie quando si ribellava con la furia che lo
contraddistingue.
Durante le fiere del bestiame era pertanto abbastanza frequente
vedere gente incuriosita ed impressionata da questo genere “di
spettacolo” che vedeva sempre il sopravvento dei Cani Corso.
Durante la settimana venivano macellati agnelli, pecore, capre,
becchi, capretti, polli e capponi mentre per le grandi festività o
per le feste patronali si macellavano i bovini ed in particolare il
toro (le manze si macellavano a fine carriera).
Richiamando un arcaico simbolismo, l’uccisione del toro
simboleggiava allo stesso tempo morte e vita e il rito sembrava
costituire una forma di spettacolo di preludio alla festa, avente
per protagonisti il macellaio ed il Cane Corso. Nelle tradizioni
popolari la lotta e la gara hanno un significato propiziatorio, la
vittoria del più forte, per il principio della “similarità”, porta
alla comunità abbondanza, fortuna e felicità.
Ogni
macellaio “macellava” a modo suo e con tecniche semplici ed
efficaci, aiutato dal suo cane per necessità o per caso o,
semplicemente, per dare spettacolo.
Egli
legava il toro con una spessa fune alla catena (o all’anello) di
ferro situata davanti alla macelleria mentre il Corso lo sfidava
visivamente; la scaramuccia ed il muggito del toro richiamavano
l’attenzione della gente e ciò serviva al macellaio come forma di
pubblicità.
A
volte il toro veniva atterrato con un colpo di “mazza” vibrato sulla
fronte dell’animale fra le corna (i macellai che utilizzavano questo
metodo in genere erano uomini molto robusti e capaci di stramazzare
il toro con un sol colpo); bisognava essere molto precisi in quanto
se il toro veniva solo ferito avrebbe reagito bruscamente; in tal
caso sarebbe stato indispensabile il tempestivo intervento del cane.
Una
volta atterrato il toro, si finiva l’opera colpendolo con lo
“stocco” (coltello lungo e ben appuntito) in senso obliquo tra
l’occipite e l’atlante; il macellaio doveva avere una mano molto
allenata ed essere molto preciso perché un colpo non inferto
correttamente poteva colpire l’occipite e provocare al toro un
dolore tale da farlo reagire bruscamente. Il Corso era sempre
accanto al suo padrone, pronto ad intervenire al primo pericolo o ad
un comando.
A
volte era il macellaio a provocare il cane svolgendo la corda che
teneva il toro in modo che potesse muoversi di più e caricare; il
Corso, allora, si avventava sul toro, lo afferrava al musello o
all’orecchio e lo bloccava in una morsa inamovibile, così da
consentire al suo padrone di sferrare il colpo di grazia.
Nel
periodo invernale, per arrotondare il suo salario, il macellaio si
recava nelle piccole masserie a macellare il suino. Il grosso verro
lo si castrava (perché acquistava in peso e perdeva l’odore genitale
così sgradevole) a fine estate, per macellarlo poi in inverno dopo
5-6 mesi di ingrasso. Lo stesso avveniva per i vecchi verri, verso i
3-4 anni di età, alla fine della loro carriera produttiva. Anche per
tenere sotto controllo questi animali, il macellaio usava il suo
Corso. Nelle masserie, però, vivevano altri cani ed era necessario
pertanto prestare attenzione a ché fra di loro non si scatenassero
furibonde lotte; non di rado, però, si concordavano accoppiate fra i
cani da macellaio e i cani da pagliaio permettendo così un benefico
scambio genetico.
(Per l’impiego del Cane
Corso nella custodia dei bovini, è previsto uno specifico articolo)

N. Palizzi – 1850 c.ca

La Puglia nelle immagini del ‘700 nel “Vojage pittoresque” de l’Abbé
de Saint-Non


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