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Il cane da capraio
Una particolare categoria di pastori era costituita
dai caprai.
I caprini sfruttano le risorse naturali e la
produzione foraggiera spontanea che il pascolo offre nelle diverse
stagioni. Si tratta, per lo più, di zone aspre - pressoché
inaccessibili ai bovini, ai cavalli ed alle pecore - con vegetazione
cespugliata-arbustiva su terreni non adeguati a colture. Anticamente
la distribuzione del latte nelle case veniva fatta dal capraio; i
clienti venivano richiamati o dal suo tipico e acutissimo fischio
oppure dal suono del campanaccio al collo delle capre. Le bestie
venivano munte sotto gli occhi degli acquirenti.
Di solito il capraio aveva poche capre, viveva poco
distante dal centro abitato e possedeva poco terreno; a differenza
del pastore e del pecoraio – che possedevano molti mastini – aveva
una coppia di Cani Corso che venivano da lui utilizzati per la
guardia e la difesa. Grazie al contatto continuo, fra capraio e
Corso veniva a crearsi una complicità del tutto speciale, una
sorprendente intesa fatta di gestualità ed istinto. A volte, anche i
cani più aggressivi obbedivano alla sola “voce”. Per arrotondare i
guadagni, i caprai portavano al pascolo anche le capre di altra
gente del paese. Tutto ciò che esse producevano (latte, formaggio,
capretti, pelle, …) veniva diviso a metà con il proprietario.
Fiancheggiato dai suoi inseparabili Corso ed armato
di verga ed accetta, il capraio pascolava le sue ed altrui capre fra
i dirupi, nei querceti, nella padula, nella bandita, negli anfratti
della forra; spesso sconfinava nei boschi ed in zone soggette a
vincolo forestale vivendo in perenne conflitto con i tutori della
legge.
I cani da capraio erano dunque duri di carattere,
forti e particolarmente aggressivi se aizzati dal loro padrone. In
coppia, se assalivano un animale seguivano una tattica efficacissima
e spietata: uno attaccava al collo e bloccava la preda e l’altro,
azzannandola alla fossa del fianco, tirava in senso contrario.
Durante il pascolo accadeva a volte che le capre
venissero aggredite improvvisamente da qualche carnivoro (lupi,
linci, volpi, cani inselvatichiti); il capraio, allora, aizzava i
cani che erano stati addestrati a difendere le bestie. Radunatele,
attaccavano subito il predatore colpendolo con il petto e,
approfittando del suo sbandamento, lo azzannavano al collo ed ai
testicoli.
Spesso qualche capraio praticava l’abigeato ed
utilizzava il Corso come difesa personale.
Un tempo molti caprai godevano fama di rozzezza e di
violenza (come, peraltro, tanti pastori di tutto il mondo abituati a
rimanere isolati per la maggior parte del tempo). L’addestramento
del cane rispecchiava il loro carattere ed il loro modo di fare.
Preferivano cani utilizzabili in ogni frangente e pronti a
difenderli contro tutto e tutti in ogni circostanza. A tal fine, li
addestravano a modo loro anche affamandoli e legandoli al buio nelle
tane in modo da aumentarne l’aggressività. Spesso li facevano
combattere con altri cani e questi combattimenti il più delle volte
si svolgevano fino all’ultimo sangue.
[nello scritto “Storia e tradizione” abbiamo
evidenziato la nostra piena condanna (che rinnoviamo anche qui) per
simili pratiche: non sarà mai sufficiente ripeterlo]

L. Chiaiese – “Paesaggio con pastore” – Napoli ‘700

E.
Kniep – “Mandriani, capre e pecore” – Napoli ‘800

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